La Casina delle Civette è un edificio di modeste dimensioni situato all’interno del complesso di Villa Torlonia, in via Nomentana 70. La villa è nota soprattutto per essere stata, dal 1925 al 1943, la residenza privata di Benito Mussolini, che la prese in affitto dai principi Torlonia per la cifra simbolica di una lira all’anno.
Il nucleo originario della Casina risale al 1840 e fu progettato per il principe Alessandro Torlonia dall’architetto Giuseppe Jappelli (Venezia, 1783-1852), conosciuto principalmente per il Caffè Pedrocchi (1826-31) e il cosiddetto “Pedrocchino” (1826-42), entrambi a Padova. Si tratta di due esempi emblematici dell’eclettismo ottocentesco: il primo edificio è caratterizzato da un linguaggio neogreco e da un monumentale portico dorico, mentre il secondo accosta elementi neogotici e suggestioni di gusto egizio. La costruzione realizzata a Villa Torlonia, originariamente denominata Capanna Svizzera, aveva invece l’aspetto di un rustico chalet alpino.
Il primitivo casino fu radicalmente trasformato a partire dal 1908, dapprima su progetto dell’architetto Enrico Gennari e, dal 1917, con l’intervento di Vincenzo Fasolo (Spalato, 1885 – Roma, 1969), al quale si deve in larga misura l’aspetto attuale dell’edificio. Fasolo fu uno dei principali esponenti della cosiddetta “Scuola romana” e, in qualità di docente, partecipò alla fondazione della prima Facoltà di Architettura della Capitale. Fu inoltre tra i maggiori interpreti del “barocchetto romano”, corrente che rielaborava liberamente motivi tratti dall’architettura minore della Roma sei-settecentesca. Tra le sue opere più significative si ricordano la Caserma dei Vigili del Fuoco di via Marmorata 13 (1926-29), poderoso edificio di gusto novecentista nei pressi della Piramide Cestia, e il Liceo Ginnasio “Terenzio Mamiani” di viale delle Milizie 30 (1921-24), una delle espressioni più compiute del barocchetto romano degli anni Venti.
Fasolo trasformò la Casina delle Civette in una dimora fiabesca, simile a un singolare ibrido tra un castello medievale e uno chalet svizzero. L’edificio presenta infatti una fantasiosa combinazione di elementi desunti dall’architettura medievale e rinascimentale, impreziosita da maioliche, mosaici, ferri battuti e, soprattutto, vetrate policrome. La Casina costituisce pertanto uno dei luoghi fondamentali per conoscere le arti decorative del Liberty romano.
Nelle sale dell’attuale museo sono rappresentati alcuni dei maggiori protagonisti delle arti applicate del primo Novecento. Tra le opere più note merita particolare attenzione la Vetrata dei pavoni di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960). Allo stesso artista si deve anche la celebre Vetrata delle civette: il motivo del rapace notturno, ripreso in numerose altre decorazioni dell’edificio, finì per determinarne l’attuale denominazione. La scelta non fu casuale, poiché la civetta, animale sacro a Minerva, è tradizionalmente considerata un simbolo di sapienza e conoscenza.
Il museo conserva complessivamente cinquantasette vetrate artistiche, prevalentemente riconducibili al Liberty e all’Art Déco. Esse furono realizzate su disegno di importanti artisti dell’epoca, tra i quali, oltre al già citato Cambellotti, Umberto Bottazzi, Paolo Antonio Paschetto e Vittorio Grassi, e costituiscono una testimonianza pressoché unica dello straordinario sviluppo raggiunto dall’arte della vetrata a Roma nei primi decenni del Novecento. Tratto da:



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