Recensioni

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Figlio di una frontiera

Francesco Saverio Mongelli, “Figlio di una frontiera. Viaggio nelle canzoni di Massimo Morsello”, Passaggio al Bosco, Firenze 2026.

Per chi è davvero entrato “nella vita dalla porta sbagliata” è molto difficile, se non impossibile, parlare di Massimo Morsello (Roma 1958-Londra 2001). Chiunque abbia vissuto, anche per un breve periodo, la militanza politica “a destra” – quella vera, non quella carnevalesca di una pseudo-tradizione “padana”, né quella liberal-borghese di matrice berlusconiana – non può, per forza di cose, serbare un tacitiano distacco nei confronti di una storia troppo recente, di una storia che è ancora viva nei cuori di chi, come il soldato giapponese Hironoda, non si rassegna e combatte ancora.

C’era bisogno di uno studioso giovane d’età, ma, al contempo, forte d’una piena maturità intellettuale, per guardare ai fatti “sine ira et studio”. Francesco Saverio Mongelli, con questa sua ultima fatica letteraria, riesce a sussumere una vasta mole di contributi biografici precedenti – perlopiù disorganici e frammentari – componendo finalmente il quadro unitario di una personalità complessa e sfaccettata, quale fu quella del “De Gregori Nero” (epiteto ormai comunemente accettato, sebbene riduttivo ed improprio).

È difficile, dicevamo, parlare di Massimo Morsello, per chiunque l’abbia conosciuto, in quell’epoca di illusioni giovanili, anche soltanto attraverso le sue canzoni. Avevamo l’impressione di averlo conosciuto di persona, “Massimino”, per come l’animo suo traspariva nei suoi versi. Un animo che mostrava il proprio essere, le proprie idee, senza ipocrisie né infingimenti, né, tantomeno, pentimenti e rinnegamenti. Anche quando il prezzo da pagare era molto alto. I più sfortunati pagarono con la vita, mentre per altri il prezzo da pagare fu l’ostracismo della società cosiddetta “perbene”, ostracismo che permane tuttora. Altri ancora, come Massimino, furono costretti a intraprendere la via dell’esilio. Morsello visse a Londra, come Mazzini, da esule. Qui conobbe Roberto Fiore, reduce dall’esperienza di “Terza Posizione”, e insieme fondarono “Forza Nuova”: per molti giovani, dalla fine degli anni ’90 e fino al primo decennio del nuovo secolo, l’unico partito davvero “antisistema” in cui riporre i propri sogni e le proprie speranze di cambiamento.

Entrambi, Massimo e Roberto, camerati e fratelli nell’esilio londinese. Entrambi vittime di false accuse, vittime di un sistema giudiziario che costruisce fantasiosi teoremi accusatori per fomentare nella pubblica opinione, con la connivenza dei media asserviti, la paura irrazionale di inesistenti “trame nere”. Tutto questo, naturalmente, allo scopo di perpetuare il predominio di una casta politica che si è ormai incistata nei gangli vitali della società civile.

La vita di Massimo Morsello ci appare, dunque, come lo specchio di un’epoca, come il riflesso di un’intera generazione. Questo libro ne parla lucidamente, senza acritiche apologie né aprioristiche condanne di parte. Un ulteriore pregio viene conferito al volume dal ricco apparato iconografico, ma, soprattutto, dalla raccolta completa dei testi delle canzoni composte da Massimo Morsello. È un libro che consigliamo vivamente a chiunque voglia davvero cogliere lo spirito di un’epoca appena trascorsa, ma che sembra perdersi inesorabilmente nelle pieghe della contemporaneità digitale, la quale, come il mitico Moloch, tutto divora e consuma. Sembra un secolo fa, ma era ieri.

L’eccellenza dell’arte di Guido Prayer

Simone de Bartolo, “Guido Prayer. Un artista veneziano in Puglia”, Youcanprint 2026

Simone de Bartolo, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, con questo volume dedicato a Guido Prayer (Youcanprint 2025, 221 pagine, 29 euro), si conferma ricercatore, conoscitore e divulgatore di estrema qualità e capacità di setaccio e approfondimento sull’arte barese dei primi decenni del Novecento (arte nell’accezione più larga e tra l’altro anche oltre il Novecento). Questo ulteriore studio, prefato dalla sapiente e stimata studiosa Mimma Pasculli Ferrara, costituisce un contributo solido, maturo e ormai imprescindibile per la riscoperta di una figura artistica rimasta a lungo ai margini della storiografia nazionale, ma di assoluto rilievo per la storia culturale e figurativa della Puglia del Novecento. 

L’articolo completo firmato dal giornalista, docente e scrittore Marino Pagano è su “Barbadillo” al seguente link: L’eccellenza dell’arte di Guido Prayer in Puglia – Barbadillo

Uomo Inesistente

Derios Calendan, “Uomo inesistente. Tra l’acqua e la roccia”, Amazon KDP 2026

“Uomo Inesistente. Tra l’acqua e la roccia” è un’autobiografia vera, autentica, che non indulge al narcisistico autocompiacimento. Il protagonista si immerge trattenendo il respiro nella “società liquida”, in quel mondo dello spettacolo che costituisce lo specchio della fatuità contemporanea, per riemergerne come solida roccia, temprato dalle avversità della vita: dall’effimero passaggio in una nota trasmissione televisiva all’umile ma dignitoso lavoro in una catena di fast-food, il nostro Eroe moderno attraversa la vita quasi in apnea, dimidiato tra la fatica di un lavoro ingrato e la passione per la musica cantautoriale. Troverà il suo “centro di gravità permanente” nella persona che il Destino gli farà incontrare alla fine di un lungo e travagliato cammino esistenziale. Un libro che fotografa il senso di smarrimento di una generazione, schiacciata tra le effimere illusioni dei reality televisivi e la dura realtà di lavori sottopagati. Scrittura piana e coinvolgente. Consigliato, in particolare a chi ama la musica e i cantautori contemporanei come John Lennon, che ne ha ispirato il titolo e l’essenza.

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Derios Calendan è un autore e musicista che fonde rigore classico e cultura contemporanea. Compositore e chitarrista, ha saputo coniugare l’attività accademica ad una carriera musicale poliedrica, destreggiandosi tra progetti originali e reinterpretazioni della storia del rock. “Uomo inesistente” è il suo esordio letterario.

Sconfinata passione

Francesco Saverio Mongelli, Sconfinata passione. Sabino Scianatico una vita tra i libri, Rende (Cosenza) 2025

La “sconfinata passione” di Sabino Scianatico per i libri trova una perfetta conferma in questo libro, in cui è proprio lui il protagonista. Può sembrare un gioco di parole, ma è la pura e semplice verità: chi abbia avuto, come il Sottoscritto, la fortuna di tenere tra le mani questo libro, di sfogliarlo, di sentire l’odore della carta stampata, può confermarlo senza tema di smentita. Un libro non si giudica dalla copertina, recita un vecchio adagio: questo è vero, ma innegabilmente il libro non è solo il suo contenuto, così come un’anima non può essere svincolata totalmente dal corpo (non finché si resta in vita, perlomeno). E questo libro, del quale Scianatico è l’indiscusso protagonista, è proprio della “stessa razza” dei libri ch’egli ha amato raccogliere e catalogare nell’arco della sua vita e della sua attività professionale: un libro destinato, col trascorrere del tempo, a diventare una rarità bibliografica, una di quelle “chicche” per bibliofili e collezionisti che affollavano il rinomato “Studio Bibliografico Barium”. “La Barium” (in attività dal 1999 al 2020, al civico 130 di via Roberto da Bari), com’eravamo soliti chiamarla noi assidui frequentatori, non era una semplice libreria: era qualcosa di più, nonostante la sua funzione fosse quella di una qualunque libreria, cioè mettere in contatto gli amatori di libri e i rivenditori. Una libreria antiquaria vende libri antichi, il che è lapalissiano: ma, oltre al pregio e alla rarità dei libri, la differenza stava nella competenza del libraio che non è mai stato un semplice “venditore di libri”, come può esserlo un semplice piazzista d’enciclopedie (senza offesa per tale categoria, beninteso: absit injuria verbis).

  Francesco Saverio Mongelli imbastisce con la sua consueta acribia questo libro-intervista con Sabino Scianatico, l’ultimo erede – finora, ma, ahinoi, temiamo che sia destinato a restare tale – del “Principe dei Librai” Pasquale Sorrenti, dal quale, come un antico alchimista, aveva appreso i segreti del mestiere. Bibliotecario presso l’Ateneo barese, poi proprietario della “Barium”, Sabino Scianatico non ha mai conseguito una laurea, anche se dovrebbero dargliene una honoris causa. In un’epoca in cui pullulano i corsi in biblioteconomia (e non solo…), un’epoca in cui perfino per ottenere un posto da usciere comunale c’è bisogno di una mezza dozzina di “master” e di corsi di specializzazione (tacendo di raccomandazioni e “spintarelle”), la cultura derivante dalla pratica operativa, dal vecchio “mestiere” pare quasi un’eresia. E infatti sembra strano trovare un Uomo di cultura sprovvisto della sanzione burocratica d’un titolo accademico, specie nel paese del “Lei non sa chi sono io” di decurtisiana memoria. Che scandalo, signora mia!

  Un libro-intervista può sembrare una cosa facile, ma non lo è, soltanto alla superficiale apparenza esso è mera trascrizione di memorie altrui. Mongelli non è un “osservatore imparziale”, ce lo dichiara fin da subito: conosce da anni il nostro protagonista, così come chi scrive in questo momento conosce da tempo entrambi, ed ha avuto il piacere e l’onore di disegnare – molti anni fa, purtroppo tempus fugit – da giovane studente di Architettura l’Ex libris che campeggia in copertina.

  Ma torniamo al protagonista, Sabino Scianatico. “Omo sanza lettere”, ossia sprovvisto di altisonanti titoli accademici, com’ebbe a dichiarare Leonardo da Vinci, ma non certo sprovveduto. Sabino si è fatto da sé, lavorando fin da giovanissimo: se fossimo in America, lo diremmo un “self-made-man”, con uno di quegli anglicismi che oggigiorno tanto impestano l’Italia, con suo (e nostro) totale disappunto. L’incontro con Pasquale Sorrenti, e con la sua famosa libreria, nonché il lavoro presso la Biblioteca della Facoltà di Pedagogia dell’Università di Bari, contribuiscono ad alimentare ed affinare quella passione per i libri ch’egli manifestò fin da bambino, nella Bari del dopoguerra, di certo più povera, ma forse più felice e sicuramente meno nevrotica.

  Un libro tira l’altro, e la raccolta di Sabino Sciantico raggiunge dimensioni tali da far invidia ad una biblioteca pubblica: tanti libri, ma soprattutto di gran pregio. Il volume è corredato da una selezione di copertine dei libri della Collezione Scianatico, che peraltro comprende rare vignette del noto vignettista barese Frate Menotti (pubblicate nel precedente volume: Nicola Cortone, Giulia Perrino, Francesco Quarto, In punta di matita. L’arte di Frate Menotti nella Collezione Scianatico, Edizioni di Pagina, Bari 2025).

  Una selezione necessariamente rigida, perché sono veramente tante, e ce n’è per tutti i gusti. Il nostro occhio è colpito dal frontespizio di un paio di rare edizioni cinquecentesche di Vitruvio (De Architectura), che tanta influenza ebbe sull’architettura del nostro Rinascimento, e, soprattutto, dalle variopinte edizioni del “Pinocchio” collodiano, in cui campeggiano le splendide illustrazioni di Attilio Mussino. Ma, naturalmente, un altro Lettore verrà attratto da altre rarità. Sabino Sciantico ha sempre avuto la “chicca” più adatta per ciascuno dei suoi vecchi amici e clienti, come noi ben sappiamo.

Simone de Bartolo

Francesco Saverio Mongelli – Artista

Sconfinata passione: Sabino Scianatico, una vita tra i libri – Francesco Saverio Mongelli

Francesco Saverio Mongelli è insegnante, musicista e scacchista. Autore di saggi, poesie, canzoni e articoli. Tra i suoi ultimi volumi, ricordiamo “Perché furono assolti” (2023) e “L’amicizia nel cinema di Pupi Avati” (2024).

Artemisia e le altre. Storie di Donne Artiste.

Ho ricevuto questo dono speciale: “Artemisia e le altre. Storie di Donne Artiste”, di Simone De Bartolo. L’ultima fatica editoriale del prolifico ricercatore in storia dell’arte e dell’architettura. Un piccolo viaggio, questo libro, con lo sguardo delle donne. Pagina dopo pagina, ho incontrato figure straordinarie: la forza di Artemisia Gentileschi; la grazia raffinata di Rosalba Carriera; la visione moderna di Sofonisba Anguissola; la determinazione della scultrice Carmela Adani, capace di rivaleggiare con Michelangelo; l’eleganza inconfondibile di Tamara de Lempicka che ha saputo imprimere uno stile a un’epoca. E queste sono solo alcune delle tante artiste che Simone restituisce alla memoria. Il volume non è un manuale accademico ma un racconto appassionato, che riesce a rendere accessibile a tutti storie e vite che meritano di essere ricordate e tramandate. È un invito a guardare i musei, le opere, la cultura con occhi nuovi, più giusti e completi. Il tutto con rapide e però approfondite ‘pennellate’ biografiche.
Grazie di cuore, Simone, per la tua generosità con me e per aver ridato voce a chi troppo a lungo è stata lasciata ai margini della narrazione ufficiale. Marino Pagano

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Marino Pagano è giornalista, saggista e scrittore. Scrive su Borghi Magazine, Libero, Gazzetta del Mezzogiorno, Cultura Identità, Medioevo, Puglia Amazing, Il Gattopardo, Studi Bitontini.

Il cinema di Pupi Avati

Francesco Saverio Mongelli, L’amicizia nel cinema di Pupi Avati. Solidarietà, tradimento, nostalgia, La Bottega Editoriale, Bari 2024.

   Nel mondo antico, il valore dell’amicizia è tenuto in gran conto, al punto che il grande oratore romano Cicerone nel suo famoso dialogo afferma: «se qualcuno la togliesse dal mondo, sembrerebbe toglierne il sole» (Laelius de amicitia, 13, 47). Non sembra avere, questo sentimento, il medesimo valore nel mondo attuale, laddove la sempre più pervasiva “connessione” virtuale va di pari passo con la disintegrazione dei rapporti umani nella realtà.

   Il cinema rispecchia la realtà odierna, sicché pochi registi sogliono affrontare il tema dell’amicizia: Pupi Avati rappresenta, per l’appunto, una virtuosa eccezione. Il regista bolognese “fuori dalle logiche salottiere del mondo cinematografico” è sostanzialmente un narratore: fin dall’infanzia, amava raccontare storie, e questa sua vocazione l’ha sempre riportata sul grande schermo.

   “Regalo di Natale” (1986) è senza dubbio il film di Pupi Avati più noto, un successo di pubblico e di critica indissolubilmente legato al suo nome: film per l’appunto che sviscera il tema dell’amicizia virile, diversamente declinato nei rapporti tra i vari personaggi, con un memorabile “colpo di scena” finale che qui non riveliamo. Un film esemplare della produzione avatiana anche per la presenza dei suoi “attori feticcio”: il mitico Carlo Delle Piane (che aveva esordito giovanissimo nei film di Totò), Gianni Cavina e Diego Abatantuono, che proprio in questo film rivela appieno le sue doti di attore drammatico dopo il suo exploit nelle vesti del “Terrunciello” (personaggio in realtà ideato da Giorgio Porcaro, ma fu Abatantuono a renderlo un’icona anni ’80).

   Non mancano i riferimenti, in questo agile volumetto, ad altre pietre miliari della filmografia avatiana. Il sentimento dell’amicizia, difatti, lo ritroviamo in tanti altri film di Pupi: perfino in un horror divenuto col tempo un vero e proprio “cult-movie”, come “La casa dalle finestre che ridono” (1976).

   Francesco Saverio Mongelli, scrittore non certo alle prime armi ed esperto di critica cinematografica, si trova perfettamente a suo agio nel raccontarci il cinema di Pupi Avati attraverso un’originale inquadratura: il Lettore non ha che da mettersi comodo e godersi lo spettacolo.   

L’amicizia nel cinema di Pupi Avati – Francesco Saverio Mongelli

Versi controversi

Gianvito Armenise, “Versi controversi”, Edizioni Tabula Fati, Chieti 2024 (presentazione di Marino Pagano).

   “Se Dio non esiste, tutto è lecito” sentenzia Ivan Karamazov, in quello che è, senz’ombra di dubbio, il più celebre romanzo di Dostoevskij. In una breve frase, è condensata l’essenza della modernità: lo sguardo dell’uomo penetra le profondità oscure dell’abisso, e vede il Nulla, il vuoto, la negazione di senso. L’uomo che rinnega Dio, eleverà altari a Moloch: dalla “dea ragione”, alle filosofie “new age” – che scimmiottano antichi riti orientali, snaturandone la primigenia essenza – passando per le ideologie che partorirono i più cruenti regimi totalitari, perlopiù di stampo marxista. Il mondo senza Dio non ci ha condotto alle “magnifiche sorti e progressive”, ma, al contrario, ci sta trascinando nell’abisso di una rinnovata barbarie.

   In un tempo in cui ogni anelito al Sacro è bandito dalla società, che cosa può esservi di più “controverso” del richiamo alla vecchia Religione? È questo il senso profondo, a nostro avviso, della raccolta di poesie “Versi controversi” di Gianvito Armenise (Bari 1973). Un Autore da sempre avvezzo ad interpretazioni “eretiche” della Storia moderna e contemporanea, basti pensare al pluripremiato saggio “Giuseppe Mario Arpino. Il diplomatico di Ferdinando II di Borbone” (Edizioni Solfanelli, prefazione di Marino Pagano), che svela retroscena finora ignoti della storia risorgimentale. Interpretazioni “eretiche”, appunto, in quanto nel mondo contemporaneo sono considerati “eretici” coloro che non si piegano alla idolatria del progresso, serbando intatta la fede degli Avi.

   Armenise passa, con rimarchevole disinvoltura, dalla stringente analisi filologica del suo precedente saggio storico ai voli pindarici della poesia, di cui fornisce ampia prova in questa raccolta: un libretto che unisce alla levità dell’ispirazione poetica la profondità della critica sociale.

   In questa critica, accanto alla rievocazione di episodi storici – spesso di capitale importanza, come la Battaglia di Lepanto, che, è bene rammentarlo, salvò l’Europa dall’orda di tagliagole mussulmani – emergono temi di stretta attualità: in particolare, spicca il torvo ritratto di questa Italia “senza rotta e né nocchiere”, paragonata al Titanic riecheggiando il celeberrimo verso dantesco (“nave sanza nocchiere in gran tempesta”).

   Marino Pagano, nella sua Presentazione, definisce la poesia dell’Armenise come “un monumento alla difesa dei valori eterni”. Noi ci vediamo, in maniera meno ottimistica, un tremendo monito: nella “tetra ora presente”, il nuovo tipo umano schiavo della “tecnofollia” avanza, “inesorabilmente”. Heidegger disse che “solo un Dio ci può salvare”. Ma possiamo ancora sperarlo?

Senza Eredi

Marcello Veneziani, Senza eredi. Ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella, Marsilio Editori, Venezia 2024.

   È l’Autore stesso a fornirci la chiave di lettura del suo ultimo, ponderoso volume. Si tratta di una collezione di “ritratti” di pensatori, di “Maestri”, che non è né esaustiva né sistematica: Marcello Veneziani compone un grande e luminoso affresco, ispirandosi alla raffaellesca Scuola di Atene nelle Stanze Vaticane, e non per caso è proprio Raffaello Sanzio, in tandem con il filosofo neoplatonico Marsilio Ficino, ad “aprire le danze”. Unico artista in mezzo ad una pletora di letterati, sociologhi, politologi, teologi e filosofi, qui considerato quasi alla stregua di “illustratore” del pensiero di Ficino, attraverso la Scuola di Atene, la Disputa del Sacramento ed il Parnaso nella Stanza della Segnatura: stanza il cui programma decorativo rappresenta l’unità di filosofia, religione e poesia. Il trait d’union dei personaggi presentati è quello di essere “Maestri senza eredi”. Il filosofo Giambattista Vico, oltre ad avere un ritratto a sé, è una presenza ricorrente: pensatore sempre meno considerato negli ultimi decenni – in quanto ritenuto “reazionario”, rispetto agli illuministi del suo tempo – come spiega Veneziani, che ha incentrato proprio sul filosofo napoletano la monografia “Vico dei miracoli. Vita oscura e tormentata del più grande pensatore italiano” (Rizzoli, Milano 2023). Vico fu difatti un maestro “sottotraccia”, di ispirazione per i due massimi filosofi italiani del 900, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, e perfino, in una certa misura (inconfessata) per Antonio Gramsci, nonché per altri pensatori illustri come il celebre critico letterario Francesco De Sanctis. Il riferimento alla cancel culture è quasi obbligato, fin dal titolo. Ma non sono soltanto i “reazionari” ad essere cancellati, viene cancellato qualunque pensiero non allineato: un esempio, tra i tanti forniti da Veneziani, è dato da certe affermazioni di Giorgio Bocca, ne riportiamo soltanto un paio. “Il fascismo è un movimento violento e autoritario che reagisce a un’altra minoranza, altrettanto violenta e autoritaria, quella socialcomunista”. “Non è esistito un razzismo degli italiani diverso dal razzismo di tipo coloniale: era politica di dominio, non di sterminio”. Tesi defeliciane, chiosa Veneziani, che varrebbero oggi a Bocca il linciaggio da parte della totalità dei media mainstream. Un altro pensatore senza eredi è Giorgio Agamben, che, pur partendo da posizioni marxiste, ha denunciato l’assenza del Sacro nella società contemporanea. E ve ne sono tanti altri, di Maestri senza eredi. Ma lasciamo al Lettore il piacere di scoprirli, scegliendo quel che preferisce in questa ricca antologia del pensiero “non allineato”. 

  

Arte e Fascismo

Vittorio Sgarbi, Arte e Fascismo. Nell’Arte non c’è Fascismo. Nel Fascismo non c’è Arte, Milano 2023

    L’ultimo Sgarbi riporta alla memoria Giorgio Bracardi, il famoso cabarettista che, quando faceva “Il Catenacci” – parodia di un nostalgico di Mussolini – aveva una paura fottuta di inimicarsi sia i fascisti che i comunisti, cosa che, a quei tempi – si era negli anni di piombo – appariva quanto meno sconsigliabile. Mentre alla fine Bracardi fu “perdonato” da entrambe le fazioni, che giustamente ci risero sopra, Sgarbi pare riuscito nell’intento di scontentare tutti. Naturalmente saranno scontenti i sinistroidi, perché se non dici peste e corna del Ventennio maledetto in ogni pagina del tuo libro, non sei degno di far parte dei salotti buoni radical-chic. Tuttavia, non credo che questo libro possa piacere alla “destra”, sia post fascista che conservatrice: forse alla destra liberal, che però di arte e di ideologia s’intende ben poco, quindi non fa testo. La tesi del libro viene esplicitata già nel sottotitolo, di per sé abbastanza eloquente: “Nell’Arte non c’è Fascismo. Nel Fascismo non c’è Arte”. Ma che significa, esattamente? Sgarbi dapprima afferma che siamo “post fascisti”, il che ovviamente è vero, dato che tale definizione di per sé implica un dato di fatto puramente cronologico. Poi però afferma che “viviamo in una cultura antifascista”, ma bisogna capire di quale “cultura” egli parli: forse di quella sponsorizzata da Walter Veltroni? Sgarbi identifica il Fascismo esclusivamente come “potere” ossia come Regime, con poche luci e molte ombre, e si spinge ad affermare che va condannato in quanto tale, poiché il potere è sempre biasimevole. Una visione che, più che Hauser, pare riecheggiare Bakunin (!). Non sembra però che Sgarbi abbia mai condannato senza mezzi termini il potere attuale, cioè quello che promana da Washington, e che ha creato questa Repubblica “antifascista” a prezzo del sangue di tanti nostri compatrioti. Ma tant’è. Degno di nota è l’elogio pasoliniano di Sabaudia – riportato da Sgarbi come parabola d’un Vangelo laico – dove PPP apprezza l’architettura rurale fascista, non mancando di precisare il fatto che i fascisti sono dei “criminali”. Ma è qui che si svela la colossale aporia, ovviamente voluta, di Pasolini e di Sgarbi: identificare il Fascismo con il metodo della imposizione violenta del potere, metodo che è proprio in primis del bolscevismo – in qualunque paese – nonché della magna pars dei regimi cosiddetti demoliberali (di ieri e di oggi), e che solo successivamente, come reazione, viene assunto dai fascisti per difendersi dai proditori attacchi di sovversivi e traditori della Patria. Il proprium del Fascismo è ciò che Pasolini e Sgarbi hanno sotto gli occhi, ma che non riescono a vedere (o fanno finta di non vedere): esso è “resistenza alla trascendenza” – come ebbe a dire Ernst Nolte – o meglio, in termini più semplici, il Fascismo è “reazione alla modernità”. Nella città di Sabaudia – ma ancor più nella vicina Littoria – il pensiero fascista si manifesta appieno nella resistenza alla modernità, rappresentata dalla brutale cementificazione dell’edilizia di matrice lecorbusieriana. Del pari, il verismo figurativo dell’arte fascista in pittura e scultura è la reazione alla decadenza indotta dalle cosiddette avanguardie anti-figurative, espressionismo ed astrattismo in primis. Non è quindi l’Arte del Ventennio (alcuni parlano di Arte “durante” il Ventennio, ma è come dire “arte durante il Rinascimento” anziché “arte del Rinascimento” o “rinascimentale”) un’arte che si manifesta “oltre” o “nonostante” il Fascismo, è altresì Arte Fascista tout court. È un ragionamento capzioso quello di Sgarbi. È come dire che la Sistina è espressione unicamente della personalità di Michelangelo, e che non vi hanno avuto parte né il Papa Giulio II né la Religione Cattolica: un evidente non senso. Nonostante le evidenti aporie d’ordine ideologico e politico, il libro di Sgarbi offre interessanti spunti di riflessione, ma soprattutto contribuisce a rimuovere il velo di oblio che ancora avvolge valenti artisti del Ventennio: in particolare, Sgarbi rivolge l’attenzione del Lettore alle opere misconosciute degli eccellenti scultori Domenico Ponzi e Biagio Poidimani. Da ultimo, il libro sgombra il campo da ogni equivoco su Sgarbi: egli è senza dubbio un valente intellettuale, al quale facciamo tanto di cappello; ma è un intellettuale “prestato alla destra” e non un intellettuale “di destra”. In quanto a quelli che lo etichettano come “fascista”, essi non meritano risposta: sono soltanto CAPRE, CAPRE, CAPRE. 

  

Architetture dell’Era Fascista

CARLO CRESTI, Architetti e Architetture dell’“Era Fascista”, Firenze 2015.

    Il bel volumetto pubblicato dal docente di Storia dell’Architettura all’Università di Firenze, Carlo Cresti (Firenze 1931) intende proporsi come opera di sintesi sull’argomento, frutto di una pluriennale meditazione nonché scevra dai livori dell’antifascismo militante: un’opera “sine ira et studio”, per dirla col sommo storico romano P. Cornelio Tacito. L’obiettivo, alquanto ambizioso, è evidente sin dal titolo, ma sin dal titolo viene tradito: l’Era Fascista infatti è un’endiadi che non necessita di virgolettature, in quanto effettiva realtà storicamente determinata, e non opinione alquanto discutibile di un pugno di estremisti fanatici: l’Era fascista (anche se pare superfluo ribadirlo) è un periodo della Storia d’Italia, alla stessa stregua dell’Età Risorgimentale o del Rinascimento, che si sogliono appunto riportare senza virgolettature. L’Indice del volume rivela poi la forte disorganicità della impostazione: a capitoli su singole personalità (peraltro meritorie d’una riscoperta, quali appunto gli architetti Mario Palanti e Gherardo Bosio: è questo uno dei maggiori pregi del libro) se ne alternano altri su singole opere architettoniche o su singoli ambiti spaziali, senza un chiaro filo conduttore (si tratta probabilmente d’una antologia di articoli scritti in precedenza, ricuciti assieme per l’occasione). Vogliamo soffermarci in questa sede soltanto su di una imprecisione – a parer nostro abbastanza significativa – che consiste nel considerare l’Arco di Genova (1924-25) “successivo” a quello di Bolzano (1926-28), ambedue opera dell’architetto Marcello Piacentini (Roma 1881-1960): un errore che denota il fraintendimento della poetica piacentiniana, nel suo passaggio dall’ordine ancora “vignolesco” dell’arco genovese al nuovo ordine architettonico “littorio” del monumento di Bolzano, in aggiunta a quelli canonici greco-romani (codificati a suo tempo da Vitruvio). Tuttavia il fondo viene toccato nelle pagine in cui si fa riferimento ad una presunta “simbologia fallica” (reminiscenze freudiane? O forse tardiva ripresa delle farneticanti teorie di Wilhelm Reich sulla “psicopatologia di massa” del Fascismo?) presente sia nel celebre Monolite Mussolini (oggetto anche delle ossessioni della Boldrini: mera casualità?) che nelle torri littorie solitamente presenti nelle case del Fascio. Orbene, tutta la Storia dell’Architettura (non soltanto di quella Occidentale, peraltro) è piena di obelischi e di torri, a cominciare dalla biblica Torre di Babele, per non dire delle torri medievali e degli attuali (orrendi) grattacieli americani: sarebbero tutti simboli fallici?!? Forse solo qualche femminista seguace della Murgia avrebbe potuto concepire un simile sciocchezzaio, e ci meraviglia che uno studioso di vaglia, quale Cresti senza dubbio è, ceda a simili derive freudo-marxiste. Si deve peraltro riconoscere all’Autore il merito di aver condannato il vandalismo iconoclastico della canaglia antifascista, perpetrato dopo il 25 luglio 1943: il concetto di damnatio memoriae è misconosciuto dagli ambienti accademici, dominati dall’antifascismo (e difatti lo stesso Autore compie un atto di contrizione e genuflessione nel cap. I, omaggiando, in maniera veramente stucchevole, il fazioso critico Bruno Zevi: una sorta di espiazione); su tale indubbio merito pesa tuttavia l’ipoteca antifascista, che porta il Cresti ad inesattezze terminologiche nonché ad acrobazie linguistiche e concettuali (adoperando ad esempio il termine “deiconizzazione”, in luogo della locuzione damnatio memoriae, adoperata da Augusto Fontana, Carlo Fabrizio Carli e da tanti altri studiosi dell’arte fascista). In conclusione, possiamo affermare che, nonostante gli ambiziosi propositi, questo libro non riesce a scrollarsi di dosso un’impostazione critica fortemente condizionata dal pregiudizio antifascista, il che porta a reiterare talune falsità imposte dalla critica di matrice zeviana: il pizzo che deve pagare qualunque autore per godere della protezione della mafia accademica delle università italiane. Nihil sub sole novi, quindi.

  

Recensioni Artistiche

Commenti critici che illustrano l’impatto estetico del regime nel Novecento.

Interpretazioni Storiche

Approfondimenti sul contesto culturale e sociale delle opere esaminate.

Prospettive Culturali

Analisi delle influenze artistiche e delle correnti estetiche del Ventennio.