“Mussolini giunge al Palazzo del Governo, costruito sul nuovo Lungomare e che si inaugura oggi. Questo edificio è il segno esteriore e tangibile dell’elevazione di Taranto a capoluogo ed è una sede degna, perché la sua mole maestosa, dominante al cospetto del mare tutta la città, pare esprimere l’idea della forza e del comando. Ne è stato progettista l’accademico Brasini, che ha veramente compiuta un’opera insigne. Il complesso di questo edificio, che misura 52 metri d’altezza, è formato da una grandiosa speronata ad arcate, come una fortificazione portuale, e viene a crearsi un’importante capace di 50.000 persone, ricollegandosi al nuovo Lungomare, guarnito di palmizi e aiuole. Il Palazzo è costituito da linee semplici, senza cornici e ornamentazioni di sorta, ed è eseguito con la nuda pietra locale, a grandi massi, come se ne scorge negli edifici imperiali di Roma, pietra tufacea gialla, che armonizza meravigliosamente con le rimanenti strutture di mattoni. Semplici dettagli architettonici: solo pochi Fasci delineano le masse murarie, arconi di spessore ciclopico formano il motivo dominante dell’architettura; piani con piattabande si ricollegano armoniosamente con le arcate; su due grandiosi contrafforti a sghembo, che ricordano le proporzioni dello sperone del Colosseo a Roma, sono effigiati Fasci littori alti circa 20 mt. Questi grandiosi speroni si appoggiano alle pareti delle possenti torri e le accompagnano fino a un’altezza di 40 mt. Sulla sommità, due bronzee antenne raggiungono sul mare un’altezza di 85 mt. In alto, nell’ultimo ordine delle torri, le grandi campane, che nei giorni di gloria suoneranno a festa, ne completano l’effetto di potenza e maestosità. Il Palazzo copre un’area di 4.500 metri quadri; il grandioso lavoro, che costa circa 20 milioni di Lire, è stato portato a termine in 4 anni, occupando in media 400 operai giornalieri. Sulla loggia centrale [che riprende il modello della loggia del Tabularium nel Foro Romano] si legge la seguente epigrafe: AVSPICE VICTORIO EMANVELE III ITALIAE REGE / NOBILIS TARENTINORVM CIVITAE / PLAVDENTIBVS ORDINIBVS VNIVERSIS / PRISTINAE DIGNITATI RESTITVITVR [Auspice Vittorio Emanvele III Re d’Italia / alla nobile città di Taranto / col plauso di tutti gli ordini della città / restituita l’antica importanza]. Sul portale si leggeva poi la seguente epigrafe: AEDIFICIVM MARE PROSPICIENS / PVNICIS CLADIBVS ET RECENTI VICTORIA CELEBRE / BENITVS MVSSOLINIVS / PVBLICIS NEGOTIIS EXPEDIENDIS / REGIO MOLIMINE ERIGI / JVSSIT FASCIVM AVCTORITATE ROMANAM / MAGNIFICENTIAM ROMANIS OPERIBVS AEMVLANTIVM. A. MCMXXXIV A. REG. FASC. XII [L’edificio che guarda il mare / celebre per le sconfitte puniche e per la recente vittoria / Benito Mussolini / con l’autorità dei fasci / che con opere romane emulano la magnificenza romana / volle che per la trattazione dei pubblici affari / fosse qui eretto con grandiosità regia / anno 1934 – XII dell’Era Fascista]. Il Capo del Governo entra nel palazzo per l’ingresso posteriore, ove sono a rendergli gli onori marinai e mutilati di guerra nella divisa della Milizia. Nell’atrio e lungo lo scalone sono schierati Balilla, Avanguardisti e Piccole Italiane che lo accolgono con vibranti “A Noi!”. Nel grande corridoio del piano nobile il Duce riceve l’omaggio dei Gerarchi, delle autorità e delle associazioni di tutta la provincia [—]. L’Arcivescovo Mons. Orazio Mazzella (Vitulano, 1860 – Benevento 1939) impartisce la benedizione all’edificio. Seguito dalla folla delle autorità acclamanti, il Duce passa nel Salone d’Onore, ove il Segretario Federale gli offre due significativi doni della Città e della Provincia e delle Camicie Nere: un artistico perfetto sommergibile in miniatura, eseguito per l’occasione dalle maestranze navali, con amore e perizia singolare, e la riproduzione dello stemma della Provincia che il Duce ha creata: è questo un prezioso cesello in argento, opera del Romanza, che raffigura il mito di Taras che, obbedendo al presagio di un delfino improvvisamente apparsogli qui, fondò, tremila anni or sono, la città e le diede il nome. Il delfino e il sommergibile, simboleggiano l’uno la fedeltà, l’altro lo spirito ardimentoso che anima questo popolo. [—] Dal Palazzo del Governo si domina l’ampia distesa bluastra del Mar Grande, su cui il sole accende vivide scintille d’argento”. Così una cronaca dell’epoca riporta l’inaugurazione del Palazzo del Governo di Taranto (direzione tecnica Ing. Pietro Pastorelly; esecuzione lavori Ditta Cav. Uff. Castaldo Orlando di Napoli, Ditta Francesco Desiderio di Castellammare di Stabia, 1929-34): progettato (1929 progetto definitivo; 1930 variante di progetto) dall’Arch. Armando Brasini (Roma 1879 – 1965), si staglia ancor oggi maestoso sul piazzale antistante, una rotonda-belvedere (Impresa Scotto di Tella, 1931-32) sul Mare Grande, anch’essa concepita dal Brasini, utile per le adunate di popolo – come infatti avvenne durante il discorso del Duce del 7 settembre 1934 – dal punto di vista urbanistico sorta di “cerniera” tra la città vecchia col castello federiciano e la nuova città fascista; nel dopoguerra, ai piedi della rotonda a mare venne costruita una cancellata (1956). Il palazzo si estende su di un’area di ben 4.500 metri quadri ed ospita al suo interno Prefettura, la cui Sala di rappresentanza è decorata da pitture di Mario Prayer (1934), Amministrazione Provinciale e Questura. Elevato circa 70 metri sul livello del mare, si presenta come una poderosa massa muraria, scavata nelle due torri tramite ampie finestrature architravate e nel corpo centrale da tre arcate, motivo ricorrente nella composizione del Brasini. La fabbrica è provvista di bastioni e di larghi speroni; inoltre è coronata da torri – contenenti campane (Pontificia Fonderia Marinelli, 1939) – che conferiscono all’opera un aspetto di fortezza, richiamando l’architettura dei castelli normanno-svevi presenti nella Regione, tra i quali lo stesso Castello di Taranto; sulla terrazza di dette torri, vasche-serbatoi (Ditta Venturini Francesco, 1935). Sulle predette campane, vennero incise le seguenti frasi (dettate dal solito Criscuolo): I MIEI RINTOCCHI SI SPANDERANNO PER IL DOPPIO MARE / ANNVNZIANDO I FASTI CITTADINI E L’ITALE VITTORIE e NEL PERIGLIO E NELLA GLORIA CHIAMERÒ INDIGENI NVMI / QVEI VISSERO E CADDERO PER LA LITTORIA FORZA E LA LVCE. Il richiamo all’architettura della tradizione locale (il fortilizio normanno-svevo) si fonde con i richiami alla tradizione dell’architettura romana, della quale il Brasini è amatore e grande conoscitore, resi ancor più espliciti dalla presenza di simboli prettamente romani, quali i labari e le aquile romane in bronzo. I prospetti laterali presentano un’armonia compositiva con il fronte principale, rafforzata insieme alla parte basamentale da fasce marcapiano che scandiscono il paramento murario, in pietra mazzaro proveniente dalle cave di Grottaglie. Il Palazzo è ornato da epigrafi, iscrizione con intitolazione e stemmi (Ditta Pietro Nitti, 1934), nonché da decorazioni plastiche (aquile, vittorie alate) il cui disegno complessivo è dell’Accademico Brasini, mentre l’esecuzione è dello scultore Francesco De Rosa di Taranto, autore peraltro del modello in gesso dell’edificio (1930). In particolare, i cippi angolari sono ornati da Vittorie alate o Guerrieri armati, con trofei d’arme o elmi tra serti di lauro alternati a gladi nella fascia sottostante. Il portone è in legno e bronzo (Ditta Stefano Bruno di Roma, 1935-36); i pavimenti interni sono in pietra di Trani (Ditta Liuzzi di Trani, 1935-36); i lampadari ed appliques “a globo” in vetro (Ditta Bourelly e Zurhaleg di Milano, 1934-35); i rivestimenti delle sale interni sono in carta da parati (Ditta Borghi, 1935); gli arredi degli uffici (Ditta Salvatore Amendolito di Taranto, 1934-37) e mobilia delle sale di rappresentanza (Ditta Melchiorre Bega di Milano, 1934-37) sono in legni pregiati.
Per saperne di più: Puglia nella storia | L’Arco e la Corte





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