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Si fa un gran parlare del Ponte sullo stretto di Messina, spesso dimenticando che fu un’idea di Benito Mussolini: nel 1940 si cominciò a pensare seriamente alla mastodontica opera, affidandone il progetto ad Armando Brasini (Roma 1879-1965), che ne riproporrà nel dopoguerra una nuova versione, denominata “Ponte Omerico”. Il genio artistico di Armando Brasini è stato svalutato sia dai contemporanei che dai posteri, sicché la sua sfortuna critica perdura tuttora. Brasini difatti fu detestato sia dai fautori del “ritorno all’ordine”, come un Piacentini o un Giovannoni, sia dai cosiddetti “razionalisti”, come Pagano e Persico, con l’unica differenza che questi ultimi preferivano la gratuità della calunnia e dell’insulto.

   Taluni critici malevoli (Cederna, Maltese, Vannelli etc.) hanno persino insinuato che la magniloquenza (da loro definita “megalomania”) dei suoi progetti fosse dovuta ad una sorta di piaggeria nei confronti del dittatore, ma tale calunniosa accusa non può essere presa in seria considerazione: basti pensare ai progetti per Roma contenuti nel volume L’Urbe Massima e l’Architettura di A. Brasini (1917), con prefazione di Paolo Orano, vedute “piranesiane” che datano al periodo antecedente alla presa del potere da parte di Mussolini. Brasini ebbe sempre per riferimenti progettuali vedute del Piranesi nonché le scenografie dei Bibbiena, ma soprattutto le grandi architetture del barocco romano, che conosceva minuziosamente: il suo sogno fu sempre quello di superare Bernini e Borromini, non di copiarli. In tal senso, Brasini è “tradizionalista”, perché “Tradizione” significa ravvivare il fuoco e non conservare le ceneri. Bernini e Borromini sono uomini come noi, non semidei o peggio alieni appartenenti ad una civiltà extraterrestre: pertanto non è affatto assurdo misurarsi con loro, e cercare, perché no, di superarli.

   La capacità di adattarsi senza difficoltà a vari registri stilistici (persino al Razionalismo, che al contrario di quanto surrettiziamente sostenuto, propagandato e millantato dai sicofanti del movimento moderno, altro non è che uno stile come tanti altri) è stata sovente interpretata come prova d’incoerenza e superficialità. Un critico avveduto come Paolo Portoghesi ricolloca Brasini nel posto che gli spetta tra i grandi architetti del Novecento, asserendo che “Brasini passerà alla storia per opere in cui è sempre il linguaggio classico a dominare […] in queste opere dimostra di essere un grande compositore, che mescola elementi storici di varia caratteristica e provenienza stilistica con una capacità di sintesi che fa pensare alla pittura romantica. Esiste quindi perfino qualcosa che ricorda il De Chirico degli anni Venti”. La lezione di Portoghesi non è stata affatto assimilata dalla critica più oltranzista, in quanto, come asserisce Giuseppe Strappa, “la ricerca di Brasini risulta irritante poiché al di fuori dei margini dell’ordine stabilito: è in qualche modo destabilizzante”.

   Tentare di collocare Brasini nell’ambito del dibattito architettonico di quegli anni è compito estremamente arduo, in quanto egli non affida le sue peculiari concezioni artistiche ai vaniloqui delle sterili speculazioni teoriche, così in auge in tempi di razionalismo architettonico (come osservò acutamente Giovanni Klaus Koenig, “sono stati scritti più trattati di architettura negli ultimi dieci anni che negli ultimi dieci secoli”). Appare dunque più proficua un’analisi delle sue opere intesa ognuna come peculiare soluzione di un determinato problema progettuale, affrontato secondo la sensibilità dell’autore e l’estro del momento; come nota Mario Pisani (tra i pochi studiosi contemporanei che ne hanno studiata l’opera in maniera perspicua; altri storici dell’architettura che si sono occupati proficuamente della sua opera sono Gian Paolo Consoli e Giorgio Ortolani) “le sue architetture non sono tutte lineari e univoche. Anzi possiamo rintracciare echi ed aspirazioni che richiamano le avanguardie futuriste, e di certo in tono minore persino al razionalismo; troviamo inoltre sintagmi espressivi che evocano il Liberty”.

   L’esordio di Brasini sulla scena romana con una realizzazione di una certa importanza è databile al 1909: si tratta dell’ingresso monumentale del Giardino Zoologico a Villa Borghese, tuttora esistente (ricordiamo che è stato set cinematografico di vari film, come Un sacco bello di Carlo Verdone). Ad uno sguardo superficiale, appare risentire fortemente di una impostazione accademica, ed infatti i capitelli compositi delle colonne che inquadrano le grandi arcate sembrano presi direttamente da una tavola del Vignola; ma se si osservano le chiavi degli archi, si noteranno le teste d’elefante, un elemento esotico che crea un insolito contrasto con la compostezza dell’impaginato architettonico classicheggiante. Tra le opere degli anni venti merita una particolare menzione il Padiglione italiano alla “Esposizione internazionale di Arti Decorative e industriali” di Parigi (demolito, per via della natura temporanea dell’ esposizione medesima), vigorosa espressione di un poderoso classicismo, ma tutt’altro che accademico; si noti come in una summa dell’ architettura romana siano presenti anche elementi decorativi desunti dall’ordine dorico dei templi greci, come le protomi leonine e le foglie di palma nel coronamento dell’ attico (d’altronde, già Sacconi nel Vittoriano aveva mischiato il classicismo romano con quello greco). Nel 1924 Brasini ottiene il suo incarico più prestigioso, quello di direttore artistico del monumento a Vittorio Emanuele II di Giuseppe Sacconi, icastico simbolo dell’Unità della Nazione Italiana, realizzandovi la Cripta del Milite Ignoto e completando il lato orientale della mole col Museo del Risorgimento. È lo stesso autore a scrivere: “L’opera che ritengo più valida è il mio museo del Risorgimento, ove il compito non era facile, basti pensare alla difficoltà nell’ attaccarsi col nuovo edificio al monumento sacconiano da una parte, e dall’altra, alle pendici del Campidoglio, e risalire sino al monumentale portico del Vignola, mentre i ruderi delle mura di Augusto e dell’Arce Capitolino dovevano essere rispettati” [A. BRASINI, Appunti Autobiografici, in L’ opera architettonica e urbanistica di Armando Brasini, dall’ Urbe Massima al Ponte sullo Stretto di Messina (a cura  di Luca Brasini), Roma 1978].

   Il Palazzo del Podestà a Foggia (1928-33) ed il Palazzo del Governo a Taranto (1929-34) possono essere ascritti allo Stile Littorio in auge in quegli anni, ma sempre reinterpretato attraverso uno studio delle forme architettoniche locali e del contesto dell’intervento, nonché attraverso una particolare cura nella scelta dei materiali. Evidente è l’analogia con la coeva Casa Madre dei Mutilati a Roma del Piacentini, che presenta anch’essa l’aspetto di un fortilizio e si confronta direttamente col vicino Castel Sant’Angelo, così come l’edificio di Brasini si confronta con le architetture fortificate pugliesi di epoca normanno-sveva; non mancano comunque i riferimenti all’amata architettura romana, attraverso l’uso dell’arco e di elementi decorativi quali i labari ed i fasci littori, simboli del nuovo ordine statuale.

   Per quel che riguarda la Casa Provinciale della Congregazione di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore di Augiere, a Roma in via Bravetta, molto si è scritto, rispetto alle altre opere di Brasini, e soltanto perché ne ha detto bene Robert Ventury (uno degli allievi di Louis Kahn). È una prerogativa prettamente italiana il disdegnare gli uomini di genio finché non vengono rivalutati dagli stranieri. Ben vengano comunque tali riconoscimenti, seppur tardivi. Per quanto concerne il Tempio del Sacro Cuore, anch’esso segnalato positivamente da Robert Ventury, non si può fare a meno di provare una profonda costernazione: quante opere architettoniche d’indubbio pregio sono rimaste incompiute, nel corso dei secoli, per mancanza di fondi! La titanica cupola avrebbe gareggiato con quella del Michelangelo, a cui essa è chiaramente ispirata; taluni la giudicarono in difetto di originalità, ma non è forse vero che il Buonarroti si ispirò a sua volta al precedente progetto del Bramante?

   La immaginifica inventiva di Armando Brasini trova modo d’esprimersi anche in un tema ormai monopolizzato dall’ingegneria strutturale a discapito dell’architettura: il ponte. Il Ponte Flaminio a Roma (1929-51), chiaramente ispirato agli antichi ponti dei romani, è l’ultimo ponte monumentale dell’Urbe. Ed è un ponte anche il suo ultimo progetto, quello per il Ponte Omerico sullo Stretto di Messina, che rimarrà una chimera per molti altri progettisti ma soprattutto per molti uomini politici, da Mussolini a Berlusconi, passando per Bettino Craxi. Vogliamo infine concludere queste succinte considerazioni riportando la inappellabile condanna di Paolo Portoghesi nei confronti di certe analisi storiografiche improntale alla faziosità ed alla malafede. “Intere pagine di storia sono rimaste ancora bianche […] per paura degli anatemi lanciati dagli aggressivi difensori del regime dell’architettura moderna, che combatte gli avversari colle armi del silenzio, della mistificazione e della volgare ironia”.


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