Spread the love

Felice Carena (Cumiana, Torino 1879-Venezia 1966) è stato uno dei maestri della pittura del ‘900, eppure è stato pressoché dimenticato dalla critica, fino alla riscoperta in tempi molto recenti: le ragioni della damnatio memoriae sono da ricercarsi, come vedremo, nella faziosità della critica antifascista.

Dagli inizi ispirati al Simbolismo e alla pittura dei Preraffaelliti inglesi (la sua Ofelia del 1912 riprende principalmente quella di John Everett Millais, senza trascurare le declinazioni del medesimo soggetto di Dante Gabriel Rossetti e J. W. Waterhouse) Carena attraversa una brevissima fase cubista, per poi approdare al “Ritorno all’ordine” che l’avvicina al Novecento di Margherita Sarfatti: è questo il culmine della sua arte, con capolavori come “Estate” (1933). Nell’ultima fase, coincidente con il dopoguerra foriero di amare disillusioni, Egli viene influenzato dall’ultimo Michelangelo e, soprattutto, dal Tintoretto (che a Venezia, nel suo esilio accademico, poteva visionare direttamente): è il periodo degli ultimi capolavori, come la Deposizione (1939) e la Pietà (1955).

La pittura di Felice Carena non ha bisogno di molte parole, non serve l’esegesi dei critici: quella la si lasci alla “merda d’artista” e ad altre pagliaccesche amenità. Essa è tersa, solare, limpida, e nel contempo espressione di tormentata passione per l’arte. Nessun cedimento alle mode astratte, e in quanto al suo “espressionismo” non è certo quello di un Ensor o di un Munch.

Veniamo al cursus honorum che tanti patimenti provocò al Nostro dopo i rivolgimenti dell’ultima guerra mondiale. Felice Carena si batté con valore nella Grande Guerra, dove è nominato ufficiale di artiglieria. I primi riconoscimenti in ambito artistico non tardano ad arrivare, sicché nel 1924 gli viene affidata la direzione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze: all’epoca aveva compiuto 45 anni, era pertanto giovane per i canoni “gerontocratici” dell’Italia democristiana, post-democristiana e odierna, dove non viene data rilevanza al merito, ma solo all’anzianità – e soprattutto agli appoggi politici – per la nomina dei rettori. Nel 1933 il Carena riceve la nomina a membro della prestigiosissima Accademia d’Italia: tale istituzione – è d’uopo ricordarlo – fu voluta dal Duce, allo scopo di raccogliere le eccellenze in ogni ambito culturale.

Si tratta di un bel curriculum, che già di per sé potrebbe attrarre l’avversione della critica marxista: tuttavia, la “pietra dello scandalo” fu la nomina, nel 1943, a commissario nazionale del Sindacato delle Belle Arti. In pratica Felice Carena diede la sua incondizionata adesione alla Repubblica Sociale Italiana e per tale motivo al termine della guerra civile un processo epurativo, sicché fu costretto a lasciare l’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1945. Si badi però che nella voce del Dizionario Treccani tale fatto non viene esplicitato, si menziona la data (1943) ma non la Repubblica di Mussolini: taluni parlano addirittura di “presunti” rapporti col Fascismo, poiché quando non possono infangare i fascisti li “defascistizzano”, essendo ormai il Fascismo inteso da costoro come una sorta di fenomeno sovra-storico alla Eco, sintesi di tutti i mali del mondo.

Su Felice Carena è stata allestita una interessante mostra, qualche tempo fa: Felice Carena pittore contemporaneo in mostra alle Gallerie d’Italia – Milano | Intesa Sanpaolo


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *