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   Un primo progetto per il Palazzo del Ministero dell’Aeronautica (databile al 1926/28 circa), improntato al classicismo eclettico, fu redatto dall’Arch. Cesare Bazzani (Roma 1873-1939): gli elaborati grafici sono tutt’ora conservati nell’Archivio di Stato di Terni (Fondo Cesare Bazzani). Tuttavia Italo Balbo (Quartesana, Ferrara 1896-Tobruch, Libia 1940) primo Ministro dell’Aeronautica (1926-33) voleva un aspetto più moderno per il suo ministero: una modernità che, di certo, non aveva nulla in comune con le astruserie di un Le Corbusier. Fu pertanto chiamato un giovane ingegnere docente di composizione architettonica, Roberto Marino (Roma 1900-1981), molto stimato da Pietro Aschieri: non era ancora l’epoca dei grandi concorsi, e, come nell’età giolittiana, si conferivano incarichi diretti su “segnalazione” di amici competenti. Ma quel che conta è il risultato finale, e in questi casi la classica “raccomandazione” non fu un male, in quanto il sistema scolastico, universitario e professionale era in quei tempi meritocratico (insomma, per entrare nel giro devi essere comunque tra i migliori e non vengono raccomandati fior di cretini). I lavori ebbero inizio il 1° agosto 1929, e l’inaugurazione avvenne il 28 ottobre 1931alla presenza di Mussolini e di Balbo.

   Un cenno va fatto alle dimensioni invero imponenti della fabbrica balbiana: la pianta rettangolare misura m. 144,00×86,00 sicché si ha un rapporto classico di 3:2 tra lunghezza e larghezza; l’altezza dell’edificio fuori terra (8 piani, di cui 2 piani interrati) è di m. 34,50; la superficie occupata è di mq. 8.400, per una volumetria di mc. 317.000 utili. Stupefacente per l’epoca la dotazione impiantistica, soprattutto per via dei modernissimi ascensori (Ditta Stigler) con sistema “a paternoster” e per l’innovativo sistema di posta pneumatica, che automatizzava la circolazione dei documenti tra i vari uffici. All’ingegner Marino spetta l’intera concezione architettonica, ma altri tecnici dovettero coadiuvarlo in questa titanica impresa: Col. Ing. Adolfo Crugnola (direzione tecnica); Ing. Tullio Ibba (calcoli strutturali); Ten. Ing. Corrado Abita (impianti tecnici); Arch. Saul Meraviglia Mantegazza (arredamento).

   Il motivo decorativo nel fastigio dell’avancorpo centrale, nota decorativa che caratterizza il fronte dell’edificio, consta di un’aquila stilizzata le cui ali si trasformano in quelle dell’idrovolante S55 adoperato da Balbo nella sua celeberrima traversata atlantica: nel bozzetto approvato, l’aquila era ancora “tradizionale” (ossia raffigurata in maniera naturalistica) ed era inserita nell’attico mentre nella versione realizzata è al di sopra di esso sicché pare spiccare il volo; inoltre, erano previsti delle decorazioni a bassorilievo (labari romani) a guisa di “candelabre” rinascimentali (decorazioni di paraste/pilastri a sviluppo verticale) sui pilastri d’angolo (cantonali) degli avancorpi del prospetto. Nel 1946 essendo ormai decaduta la monarchia, l’iscrizione nell’attico venne cambiata in MINISTERO DELL’AERONAUTICA e non già MINISTERO DELLA REGIA AERONAUTICA (successivamente sarebbe diventato MINISTERO DELLA DIFESA AERONAUTICA): una modifica che, in fin dei conti, non sarebbe affatto dispiaciuta al fondatore dell’Arma Aeronautica Italo Balbo, in quanto notoriamente il gerarca ferrarese non aveva in gran simpatia la monarchia sabauda. Difatti, pare che non abbia voluto l’emblema dei Savoia (seppur inquadrato da fasci littori, nel nuovo emblema di Stato in vigore dal 1929) sul fronte del suo ministero, nonostante i bozzetti (1931) approntati alla bisogna da Publio Morbiducci (Roma 1889-1963). Fu invece per economia d’ornamentazione che non vennero poste in opera neppure le aquile clipeate (1931) modellate da Tommaso Bertolino (Palermo 1897 – Roma 1979), che avrebbero dovuto decorare il cortile d’onore.

   Opera del valente Bernardo Morescalchi (Carrara 1895 – Antignano 1975) sono le uniche decorazioni plastiche che ravvivano l’edificio: le Vittorie alate nei sottarchi del portico d’accesso al cortile d’onore. Morescalchi realizza anche il busto di Francesco Baracca nella Sala degli Eroi e quello del Re Vittorio Emanuele III nella Sala Italo Balbo (Sala Madonna di Loreto). Nella Sala del Ministro, il predetto busto del Re è appaiato, come di consueto nelle sedi istituzionali, al busto del Capo del Governo: in questo caso, non poteva che trattarsi del busto Duce Aviatore (1931) dello scultore Romeo Gregori (Carrara 1900 – Roma 1940). Nella Sala degli Eroi, oltre al busto dell’eroico aviatore Baracca, furono collocate tele (1931) raffiguranti per l’appunto Eroi dell’Aviazione Italiana: Natale Palli, Luigi Boer e Alessandro Guidoni di Francesco Trombadori (Siracusa 1886 – Roma 1961); Del Prete, Penzo, Dal Molin e Maddalena di Carlo Socrate (Mezzana Bigli, Pavia 1889 – Roma 1967); Danilo Barbacini di Ercole Drei (Faenza 1886 – Roma 1973); Huber di Amedeo Bocchi (Parma 1887-1976); Fois di Antonio Barrera (Roma 1889 – Forlì 1970); Francesco Baracca di Amerigo Bartoli Natinguerra (Terni 1890 – Roma 1971).

   Nello scalone d’onore busti di Francesco Baracca dello scultore Attilio Torresini (Venezia 1884 – Roma 1961) e di Alessandro Guidoni dello scultore Bernardo Morescalchi (Carrara 1895-Antignano 1975). I dipinti murali nell’Ufficio Telecomunicazioni, nella cosiddetta “aeromensa” e nella caffetteria (purtroppo non integralmente conservati), specie quelli raffiguranti il Paradiso dei piloti (1933) sono opera di Marcello Dudovich (Trieste 1878 – Milano 1962). Dudovich, in rapporti d’amicizia e di stima con Balbo, li realizza con l’aiuto del suo collaboratore Walter Resentera (Seren del Grappa 1907-Schio 1995) cartellonista del Ventennio che, per quantità e qualità dei suoi manifesti di propaganda, è secondo solo a Boccasile. Negli interni, anche una tempera (cm. 230×160) di Giacomo Balla (Torino 1878 – Roma 1958) che celebra l’epica impresa balbiana: Balbo e i trasvolatori italiani (1931) raffigurante gli 11 aeroplani della trasvolata su di uno sfondo di fasci littori. Trattasi tuttavia di un’aggiunta a posteriori, in quanto Balbo non pensò affatto di “arruolare” i cosiddetti “aeropittori” futuristi nell’impresa decorativa del Ministero. Altri cicli decorativi: ciclo della meteorologia (Della Torre, Pasciuti, Malagri) nella Sala delle Nuvole; ciclo delle costellazioni e dei pianeti; ciclo delle carte geografiche (anonimo, si rifà ad una consuetudine antica: la Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia, ad esempio, prende il nome da consimili decorazioni parietali, diffuse dal sec. XV in poi). Tra i vari elementi d’arredo ormai perduti, ricordiamo i fermacarte presenti all’epoca in quasi tutte le sedi istituzionali, prodotti in serie sulla base del modello (brevetto n. 1073 del 26 luglio 1933-XI) di Renato Bertelli (1898-1993) raffigurante il Profilo continuo di Mussolini (1933).

   Il “nuovissimo” ministero è in realtà più “tradizionale” di quanto possa sembrare: ciò è vero non solo per via dell’impianto a corte rinascimentale e della scansione “canonica” dei prospetti (basamento/elevazione/coronamento) ma anche per l’articolazione delle masse; il modello di facciata “alla francese” (avancorpi centrale ed angolari che spiccano rispetto al corpo di fabbrica) lo ritroviamo, difatti, anche nell’eclettico Palazzo della Marina di Giulio Magni. La “modernità” è presente soprattutto nella dotazione impiantistica (sistema di posta pneumatica, ascensori a paternoster) nonché nella concezione “panottica” degli uffici, che vengono separati dagli spazi distributivi serventi (corridoi) da semplici tramezzi in vetro. Inoltre, i pregevoli arredi d’epoca sono caratterizzati anch’essi da una modernità che fonde il Razionalismo con un Déco “parlante” ossia denso di richiami all’aeronautica (particolarmente diffuse le decorazioni ad elica di quadrimotore): il mobilio fu disegnato in stile Art Déco dall’Arch. Saul Meraviglia Mantegazza (Milano 1871-1957).

   Nella stessa zona l’ingegner Marino progetta altri due edifici destinati alla R. Aeronautica: la Scuola di Guerra Aerea (1931-33) ubicata dietro l’edificio ministeriale e costruita nel medesimo stile, sebbene più dimesso (venendo meno l’istanza celebrativa); la Caserma Romagnoli (1934-35), decisamente più orientata in senso razionalista. Nell’anno della morte del Quadrumviro nei cieli di Tobruk, fu realizzato dallo scultore Silvio Olivo (Villaorba di Basiliano, Udine 1909 – Udine 1998) un busto, che forse avrebbe dovuto trovare nel suo Ministero una degna collocazione; si ha notizia, invece, di un busto di Balbo di autore ignoto, effettivamente inaugurato (1941) nella Casa Madre dei Mutilati.

Tratto da: Architettura del Ventennio. Palazzi di Roma di Simone de Bartolo | Cartaceo


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