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   Inizialmente progettato (1925) come Sede della Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti, per essere poi inaugurato il 30 novembre del 1932 come Palazzo del Ministero delle Corporazioni Fasciste, l’edificio divenne nel dopoguerra il Palazzo del Ministero dell’Industria, Commercio e Artigianato, mentre oggi è sede del Ministero per le Imprese e il Made in Italy (ma di certo una simile anglofonia è in contrasto con la “sovranità” autentica dell’epoca in cui fu costruito).

   Il progetto di Marcello Piacentini (1927) fu supervisionato dal ministro Giuseppe Bottai (Roma 1895-1959), che aveva scelto personalmente l’architetto, nonostante il concorso all’uopo bandito fosse stato vinto da Pietro Aschieri (Roma 1889-1952). In effetti, Piacentini aveva già redatto un progetto per il Palazzo della Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti (1925), ampiamente pubblicizzato dalla stampa coeva, quando detta confederazione fu soppiantata dal Ministero delle Corporazioni: appare evidente l’analogia d’impianto, ma la veste dei prospetti è classicista, rivelando il medesimo “classicismo piacentiniano” dei progetti degli anni ’20; il portale inquadrato da colonne joniche pare ripreso direttamente dall’analogo motivo dell’ingresso della Casa Madre dei Mutilati, mentre dall’Albergo degli Ambasciatori (anch’esso in via Veneto) viene ripreso il motivo ad archi dei fronti laterali (mutuato ab origine dal Colosseo, ovviamente). Il solito Piacentini, particolarmente abile nella scelta dei collaboratori, si associò col più giovane Vaccaro, al quale si deve, plausibilmente, la “virata” in senso razionalista del progetto: nello stesso periodo (1930-36) infatti, Vaccaro e Franzi stavano conducendo un’operazione analoga di “restyling” del Palazzo delle Poste di Napoli (il cui progetto originario, redatto dagli stessi architetti nel 1928, era classicista e non razionalista). La direzione dei lavori (esecuzione Ditta F.lli Ciardi di Roma) fu affidata all’Ing. Cesare Palazzo unitamente all’Ing. Aldo Fraschetti dell’Ufficio Tecnico Genio Civile, già direttori dei lavori di costruzione del Ministero della Marina. Nell’attico del fronte angolare, viene apposta, al di sotto di uno squadrato stemma sabaudo tra stilizzati fasci littori, l’iscrizione dedicatoria REGNANDO VITTORIO EMANVELE III / DVCE BENITO MVSSOLINI / ANNO 1932 – XI E. F.

   L’ingresso principale (detto “ingresso d’onore”), ornato d’una porta bronzea sul tema Le Corporazioni di Giovanni Prini (Genova 1877 – Roma 1958), è sormontato dal balcone scolpito da Antonio Maraini (Roma 1886 – Firenze 1963). Nel vestibolo d’ingresso, dal rivestimento in travertino lucidato, due portali in marmo verde di Roja istoriati dallo scultore Carlo Pini (Bologna 1902-?), raffigurano allegorie del Lavoro manuale e del Lavoro intellettuale (1932). Il grande scalone d’onore (una scala del tipo “a tenaglia”) è illuminato dall’allegoria Il Lavoro degli Italiani (1931), vetrata realizzata da Mario Chiesa per la Ditta Felice Quentin di Firenze (che ha realizzate anche le altre vetrate artistiche dell’edificio): il disegno della vetrata è di Mario Sironi (Sassari 1885 – Roma 1961), che ne realizzò il cartone preparatorio.

   Il Salone del Consiglio Nazionale delle Corporazioni è al piano nobile, e vi si accede attraversando un portale ornato dal bassorilievo Romolo che scava il solco di Roma di Romano Romanelli (Firenze 1882 – 1968). Nel salone, spicca il ciclo di 7 arazzi Le Corporazioni Fasciste (1929): su cartoni di Ferruccio Ferrazzi (Roma 1891-1978), gli arazzi furono realizzati dai fratelli Pio (Roma 1903-80) e Silvio Eroli (Roma 1904-91) specialisti riconosciuti in tale ambito. La sala d’aspetto (o vestibolo della Sala del Ministro) è decorata con maioliche raffiguranti La Carta del Lavoro di Gio Ponti (Milano 1891-1979). Nella Sala del Ministro (all’epoca dell’inaugurazione, era l’ufficio di Giuseppe Bottai) furono collocati: busti del Re e del Duce di Ercole Drei (Faenza 1886 – Roma 1973); pergamena Mappamondo con attività degli Italiani all’estero di Giulio Rosso (Firenze 1897 – S. Paolo del Brasile 1976); due bassorilievi di Quirino Ruggeri (Albacina di Fabriano, Ancona 1883 – Roma 1950); pregiati vetri di Murano (Ditta Venini). Nella stessa sala, ma non più visibile in quanto coperto da carta da parati (riproducente disegni leonardeschi) fu dipinto il ciclo di affreschi sulle tre pareti, opera di Arnaldo Carpanetti (Ancona 1898 – Milano 1969): La Promessa (Il discorso del Duce agli operai di Dalmine nel 1919); La realizzazione (Il Lavoro fascista); La Promulgazione della Carta del Lavoro nel 1927. Il ciclo pittorico fu elogiato dalla critica dell’epoca: il “grande affresco del Carpanetti, un’opera grandiosa, sviluppantesi per 24 metri di lunghezza e 4 di altezza, popolata di figure, […] primo valido esperimento di pittura murale intesa secondo criteri di vera modernità”. Indubbiamente, oltre alla evidente predilezione del Carpanetti per le scene affollate (di matrice manierista e barocca), ciò che colpisce nelle sue opere celebrative è la vicinanza (sia per stile che per tematiche) al realismo socialista. Altre opere d’arte: pannello in bronzo di Angelo Biancini (Castel Bolognese, Ravenna 1911-88) raffigurante una Allegoria (1934).

Architettura del Ventennio. Palazzi di Roma : Bartolo, Simone de: Amazon.it: Libri


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