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Cagnaccio di San Pietro (Natalino Bentivoglio Scarpa, 1897–1946) è un enfant prodige della pittura. Il suo talento viene notato dal maestro Ettore Tito, nume tutelare dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, ma, nonostante gli ottimi rapporti tra l’anziano maestro e il giovane allievo, Natalino non porterà mai a compimento gli studi (frequenta regolarmente solo un anno accademico, tra il 1912 e il 1913). È peraltro significativo che il primo incontro tra i due sia avvenuto in un’osteria, e non nelle austere aule dell’istituto. Irregolare e insofferente a ogni disciplina, Natalino assimila i segreti della pittura accademica ma segue un percorso autonomo; non si “intruppa” in nessun movimento, rifuggendo le avanguardie come il Futurismo. Eppure, lui e Marinetti si conoscono bene: richiamato alle armi e inviato al fronte nel 1917, il giovane fante ha per commilitone proprio Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista. Non mancano, certo, esperimenti divisionisti e futuristi prima che il giovane artista acquisisca la propria personale cifra stilistica, ma si tratta di sperimentazioni passeggere, estemporanee esercitazioni delle quali non rimarrà traccia nella sua produzione matura. In questo periodo giovanile comincia a firmare con vari pseudonimi: dapprima usa “Scarpaccio”, storpiando il proprio cognome in un ironico omaggio a Vittore Carpaccio; presto, però, lo sostituisce con il definitivo e graffiante “Cagnaccio”, a sottolineare il proprio spirito ostinato e ribelle. Fervente cattolico, Cagnaccio resta legato alla grande tradizione pittorica rinascimentale, evocata d’altronde dal sapore stesso dei suoi pseudonimi. Non è l’unico, per quanto anarchico e irregolare: i suoi splendidi dipinti possono essere inquadrati nella corrente del cosiddetto “realismo magico”, che annovera maestri come Felice Casorati e Antonio Donghi, nonché novecentisti del calibro di Ubaldo Oppi. L’esempio dei grandi del passato viene assimilato per creare un linguaggio nuovo, assolutamente moderno: immerso nel presente, ma in perfetta continuità con la storia. Cagnaccio, in questo senso, è un autentico esponente della grande tradizione artistica italiana: ne ravviva il fuoco, non ne custodisce le ceneri.

È proprio il suo stile neorinascimentale a conquistare un amatore d’arte molto particolare: Adolf Hitler. Si narra infatti che il Führer, in visita alla Biennale di Venezia il 15 giugno 1934, rimase fortemente impressionato dal dipinto Randagio (1932). L’opera, raffigurante un accattone, aveva una forte componente autobiografica a causa delle misere condizioni in cui versava il pittore; l’apprezzamento di Hitler spinse Mussolini a condonare tutti i debiti che l’artista aveva accumulato. Cagnaccio, infatti, stava subendo un duro ostracismo a causa del dipinto Dopo l’orgia (1928), che aveva profondamente offeso la morale pubblica dell’epoca.

La tela mostra tre donne nude distese a terra (ma a ben vedere si tratta della stessa modella, moltiplicata per tre secondo differenti prospettive in un raffinato esercizio di stile), inequivocabilmente reduci da un incontro di meretricio. Sul tavolo accanto è visibile il polsino di una camicia – chiaramente di proprietà del loro cliente – sul quale spicca la cosiddetta “cimice”, ovvero il distintivo del PNF. Vi è dunque nel dipinto una palese allusione all’immoralità privata di alcuni gerarchi, oltre alla rappresentazione del vizio in sé che, ovviamente, turbò non poco anche gli ambienti cattolici. Ma è un quadro rivoluzionario? No, non vi è certo “rivoluzione” nel senso di “avanguardia”. Non vi è una denuncia ideologica vera e propria, se non lo scherno nei confronti dei potenti che, in quell’epoca, erano i fascisti (ma quegli stessi uomini sarebbero diventati comunisti e democristiani nel dopoguerra).

Cagnaccio infatti, nonostante il suo radicato antifascismo, non troverà estimatori nel periodo repubblicano: a farla da padrone ci sarà lo pseudo-realismo socialista di Guttuso, seguito a ruota dalle effimere mode astratte e concettuali. Non c’era posto per la pittura di Cagnaccio, considerato troppo “antiquato” sebbene fosse stato ben più antifascista di Guttuso, il quale nel vituperato Ventennio non si peritava di compiacere i gerarchi più in vista pur di vincere qualche premio di pittura. Sotto questo profilo il Führer aveva visto giusto: il tradizionalismo di Cagnaccio era molto più vicino allo spirito della “rivoluzione conservatrice” di quanto non lo fosse il novecentismo di Sironi. Il dipinto Randagio si trova oggi a Colonia, custodito presso il Museum Ludwig (nato dalla collezione d’arte moderna del Wallraf-Richartz-Museum). La vicenda di Cagnaccio è antitetica rispetto a quella di Emil Nolde: nazista convinto della prima ora, il pittore tedesco era però troppo moderno per i gusti estetici del Führer e per questo fu inserito nell’arte degenerata, salvo poi essere parzialmente riabilitato dalla critica successiva come un “antinazista in pectore”. Hitler aveva un gusto ben preciso; verrebbe da dire che anziché fare il dittatore, avrebbe fatto meglio a fare il critico d’arte.

Questo articolo è tratto da “Misteri e curiosità della Storia dell’Arte” di Simone de Bartolo: Misteri e curiosità della Storia dell’Arte: Da Leonardo a Van Gogh. Le Storie nascoste dietro i Capolavori. (Sguardi sull’Arte) eBook : de Bartolo, Simone: Amazon.it: Kindle Store

“I naufraghi” (1938)


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