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   Nel Ventennio si assiste ad un fervore d’opere pubbliche senza precedenti in Italia, e, tra le innumerevoli nuove costruzioni, un significato particolare assumono le stazioni ferroviarie e gli edifici postali, la cui modernità intende proporsi come diretta espressione del dinamismo del rinnovato Ministero delle Comunicazioni, già Ministero delle Poste e Telegrafi (accorpato a quello delle Ferrovie), retto nel decennio 1924-34 da Costanzo Ciano (Livorno 1876 – Ponte a Moriano, Lucca 1939) che alle nuove costruzioni pone particolare attenzione. È proprio Ciano a prediligere l’architetto Bazzani, col suo stile nuovo ma nel contempo antico e magniloquente, espressione di quella “modernità altra” che intende recuperare la lezione classica senza indulgere agli “esotismi” e ai “barbarismi” d’oltralpe, per dirla con Giovannoni. Bazzani è del tutto estraneo al futurismo, che in quegli anni si va imponendo nelle realizzazioni del Ministero: parliamo, si badi, del cosiddetto “secondo futurismo” degli architetti Angiolo Mazzoni del Grande (Bologna 1894 – Roma 1979) e Roberto Narducci (Roma 1887-1979), non delle ardite composizioni di Sant’Elia che, per dirla con D’Annunzio, erano “immaginifiche” quasi quanto le visioni delle antichità piranesiane. Tra i palazzi postali “futuristi” spiccano quelli di Ostia Lido (1933-34) del Mazzoni e quello di Bari del Narducci, ma è d’uopo rimarcare il fatto che spesso il “futurismo” viene applicato su di una solida composizione classicista, talora è limitato al solo apparato decorativo. Il caso del Palazzo delle Poste di Palermo (1930-34) di Mazzoni è esemplare: se osserviamo dall’esterno il fabbricato, vediamo un compatto parallelepipedo in cui è ricavato, per sottrazione, un porticato decastilo di colonne le quali, seppur semplificate, rammentano il dorico siceliota (non è ovviamente casuale il richiamo all’architettura magno-greca o per l’appunto, più propriamente, “siceliota” dei templi di Paestum). Mazzoni compie un’operazione di “ambientamento” concettualmente non dissimile da ciò che farà Bazzani a Forlì, anche se in maniera più intellettualistica e astratta, nel senso che, mentre l’uso del laterizio nel palazzo forlivese rimanda agli edifici medievali della piazza, l’uso del dorico nel palazzo palermitano rinvia genericamente ad un’idea di architettura siciliana antica (il “dialogo” avviene a “distanza”, in quanto i templi di Paestum non si trovano certo nel centro di Palermo!). In entrambi i casi, però, il riferimento all’antico è evidente, e il futurismo del palazzo palermitano si limita agli interni: arredi disegnati dal Mazzoni stesso e pannelli dipinti (nientemeno!) che dalla moglie di Marinetti. Un altro caso esemplare è il Palazzo delle Poste di La Spezia (1933): qui il Mazzoni usa “romanamente” il laterizio a vista (unitamente al travertino di Tivoli), in maniera non dissimile da Brasini a Foggia e a Taranto (dove, come vedremo, gli edifici di Brasini e Bazzani si fronteggiano), riservando lo stile futurista agli interni, ornati dai mosaici raffiguranti Le comunicazioni aeree, marittime e terrestri (Società Ceramica Ligure Vaccari di Ponzano Magra, 1933) di Fillia (Luigi Colombo, Ravello 1904 – Torino 1936) ed Enrico Prampolini (Modena 1894 – Roma 1956).

   Tra eclettismo storicista ed “altra modernità” si colloca anche un autore molto vicino a Piacentini (che proporrà spesso sulle pagine della sua rivista i progetti del collega e amico), l’Arch. Francesco Fichera (Catania 1881-1950). Fichera, protagonista di primo piano dell’architettura del Ventennio in Sicilia, “si schiera in aperta opposizione nei confronti del Modernismo, a differenza del quale l’architetto interpreta il processo di genesi formale come questione “evolutiva” e non “rivoluzionaria”. Un’idea dell’arte compositiva in profondo contrasto con la cultura idealista che al principio di “imitazione” contrappone quello romantico di “creazione”. Per comprendere appieno il senso e il valore oggettivo del lavoro di Fichera è dunque necessario collocare la sua ricerca all’interno della cosiddetta “dottrina mimetica” dell’architettura, vale a dire nell’ambito di quel filone culturale che intende la storia e la tradizione come principio vitale dell’arte. Per Fichera, infatti, la tradizione rappresenta il luogo in cui attualizzare e trasformare al presente la consuetudine linguistica e costruttiva del “già dato”. Nella sua Sicilia, Fichera progetta gli edifici postali di Catania (1919-30), Siracusa (1920-29), Augusta (1935) e Noto (1935), quest’ultimo non realizzato. In particolare il Palazzo delle RR. Poste di Catania (1922-30) nella sua veste neobarocca (esplicito omaggio alle locali architetture di G. B. Vaccarini) appare in sintonia con le opere di Brasini e Bazzani: non a caso, condivise con le opere di costoro il dubbio onore del famoso (ma diremmo famigerato) “tavolo degli orrori” (1931) presentato al Duce da Pier Maria Bardi (La Spezia 1900 – San Paolo del Brasile 1999), critico d’arte presuntuoso e vanesio, ansioso di cattivarsi i favori del dittatore.

Per saperne di più: Amazon.it: Architetture del Ventennio. I palazzi delle Poste di Cesare Bazzani. – Bartolo, Simone de – Libri

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