Lezioni sull’odio

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Michela Murgia torna in libreria con le sue “Lezioni sull’odio”, delle quali non sentivamo proprio il bisogno. Portavoce di una sinistra radicale che ostenta spudoratamente una superiorità antropologica tutta da dimostrare, cattiva maestra di un’intera generazione, la “maestrina rossa” del pensiero “queer” rimesta triviali banalità in salsa marxista per il suo pubblico di semicolti che, mentre in vita ne applaudiva ogni flatulenza verbale, oggi ne venera la memoria come i comunisti d’un tempo adoravano la mummia di Lenin. Il suo odio progressista viene ritenuto legittimo, esattamente come era legittima la “violenza progressiva” di Gramsci in opposizione alla “violenza regressiva” o “reazionaria”: insomma, non ha importanza ciò che fai o dici ma a quale “cerchio magico” appartieni, esattamente come nell’Antico Regime, quando i delitti dei nobili restavano impunti per privilegio di casta. Michela Murgia può legittimamente odiare, così come i suoi accoliti; gli altri no, saranno sempre fascisti, razzisti e omofobi, a insindacabile giudizio dei “buoni”. Tra le tante banalità che affiorano nel suo pensiero – se tale può definirsi – vi è l’odio per gli indifferenti, anche questo un concetto nient’affatto originale. Ma chi sarebbero gli indifferenti? Si parla di indifferenza nei riguardi di ingiustizie reali o piuttosto di ingiustizie percepite? Chi voterà “sì” al referendum giustizia, si augura – a torto o a ragione, ai posteri l’ardua sentenza – che non debbano mai più ripetersi casi come quello di Enzo Tortora, il cui calvario giudiziario è ben noto a tutti. Chi manifesta per la legge Zan non combatte, invece, alcuna ingiustizia reale, ma ritiene altresì di ergersi a giudice dell’ordine naturale delle cose: ritiene, insomma, che sia “ingiusto” che i matrimoni siano esclusivamente celebrati tra un uomo e una donna. Orbene, un atteggiamento simile non ha nulla a che vedere con la lotta contro l’ingiustizia: qui si tratta di mettere in discussione l’intero assetto millenario della civiltà occidentale, per soddisfare il capriccio di una minoranza che si auto percepisce come “oppressa”. Delle ingiustizie – quelle vere, come il caso Tortora per l’appunto – a Murgia e compagni non è mai importato un fico secco.


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