Il Palazzo dei Sindacati Fascisti dell’Industria (oggi Camera Confederale del Lavoro), è ubicato in corso di Porta Vittoria n. 43. Il progetto data al 1930, anno in cui fu bandito il concorso, vinto dagli architetti Antonio Carminati (Trezzo sull’Adda 1894-Milano 1970), e Luigi Maria Caneva (Vicenza 1895-?) in collaborazione con l’ingegner Angelo Bordoni (Brescia 1891-1957). I tre professionisti avevano già partecipato al concorso del 1926 per il nuovo Piano Regolatore di Milano e nel 1928 al concorso internazionale per il Faro alla Memoria di Cristoforo Colombo a Panama, mentre nello stesso anno ottengono una menzione onorevole nel concorso per il nuovo Palazzo di Giustizia milanese (che verrà poi progettato, com’è noto, da Marcello Piacentini).
Presidente della giuria era il Gr. Uff. Arnaldo Mussolini (Predappio 1885-Milano 1931), mentre gli altri componenti erano: Avv. Luigi Franco Cottini (Segretario Federale PNF), On. Luigi Begnotti (Segretario Unione Provinciale Sindacati Fascisti Industriali), Arch. Diego Brioschi, Arch. Luigi Ferrari, Arch. Paolo Mezzanotte (Milano 1878-Inverigo 1969). In particolare, l’architetto Mezzanotte era un grande conoscitore dell’architettura milanese: autore del Palazzo della Borsa e della Casa del Fascio, nonché di numerosi studi sull’architettura storica (in particolare, ricordiamo quelli sul Duomo di Milano). Il 15 febbraio 1930 il presidente Arnaldo Mussolini consegna il diploma di I grado, e, dopo aver effettuate alcune varianti al progetto, esso diviene esecutivo nel luglio, ed infine il 28 dicembre dello stesso anno viene avviato il cantiere, che si concluderà con l’inaugurazione ufficiale il 26 ottobre del 1932 (due giorni prima del Decennale della Rivoluzione).
Tra i progetti premiati (IV premio ex aequo) quello dell’Arch. Mario Bacciocchi (Fiorenzuola d’Arda 1902-Milano 1974) in collaborazione con l’Ing. Cesare Dorici (futuro Vice-Podestà di Milano) spicca per banalità: può sembrare curioso che uno tra i futuri capofila del razionalismo milanese abbia presentato un progetto fiaccamente ispirato alle linee del Quattrocento lombardo – ben più “tradizionale” rispetto al progetto vincitore di Carminati e soci – ma, a ben vedere, non è che i razionalisti brillino per fantasia creatrice, visto che necessitano di dogmi cui conformarsi.
In ordine di graduatoria, vi furono i seguenti premi. 1° premio: Arch. Luigi Maria Caneva – Arch. Antonio Carminati – Ing. Angelo Bordoni; 2° premio: Arch. Antonio Fabbroni – Ing. Emilio Noel Winderling; 3° premio: Arch. Eugenio Marelli – Ing. Michele Casale; 4° premio (ex aequo): Ing. Cesare Dorici – geom. Mario Baciocchi; Arch. Emilio Ciucci – Ing. Aldo Putelli.
Il valore nient’affatto eccelso dei progetti presentati non sfuggì al recensore dell’epoca, che riporta peraltro un fatto interessante: il progetto vincitore dovette essere ristudiato da Carminati e dai suoi sodali, onde assumere l’assetto che – al netto delle deturpazioni di cui diremo – si presenta ai nostri occhi.
“Il programma esigeva gran numero di locali per riunioni ed assemblee, sale di singoli consigli, uffici di assistenza e collocamento, vasti e numerosi locali di amministrazione per i vari Sindacati; e tutti ecco qui ben disposti nei vari piani, sfruttandovi al massimo la possibilità di aprirsi su tre fronti libere. Gli altri progetti presentati apparivano manifestamente inferiori, per meriti intrinseci, al progetto vincitore. Specie nelle architetture si presentano con scarsissima originalità, perfino pedanti, e talvolta scolastici […] Ma accadde che, appena chiuso e giudicato il concorso, nuove impreviste contingenze volessero una sistemazione planimetrica ed organizzativa del tutto diversa dall’altra enunciata dal bando. Cosicché i vincitori dovettero ristudiare completamente il loro progetto, giungendo fino a mutarne sostanzialmente l’architettura. Insomma, il progetto esecutivo sarà invece quest’altro che pure presentiamo. Il gran fabbricato avrà forma di un grande U aperto nel corso di Porta Vittoria, rinserrando in tal modo una piazza o cortile rialzato; sotto questo cortile precisamente è collocata la sala delle riunioni […]. Una scalea costituisce il motivo principale della parete di fondo, cui sovrasta una incastellatura per un concerto di campane […]. Le due testate che si protendono all’innanzi voglion essere di imponente architettura, a grandi colonne sormontate da un alto attico” [P. MARCONI, Il Concorso per la Casa dei Sindacati Fascisti dell’Industria a Milano, in Architettura e Arti Decorative, A. IX (1930), n. 9, p. 29].
“Il nuovo palazzo dei Sindacati in Milano, progettato dagli architetti Angelo Bordoni, Luigi M. Caneva e Antonio Carminati, sorge su un’area di 2000 mq. pressoché quadrata. La forma dell’edificio è come un U aperto verso il corso di Porta Vittoria; si viene così a formare una piazzetta assai utile per ordinare cortei e che permette un maggiore respiro alla facciata di questo edificio, sede della più vasta organizzazione operaia d’Italia. Il palazzo possiede molti accessi assai utili data la molteplicità degli uffici e delle organizzazioni che ospita; dai sindacati alle mutue, dagli uffici di collocamento ai vasti saloni del sotterraneo, creati per le riunioni plenarie. Gli architetti hanno voluto un edificio che chiaramente esprimesse il preciso programma di destinazione ed hanno ottenuto ciò con un’architettura solenne, austera, semplice ed ordinata. Questo ordine e questa semplicità, questa chiarezza architettonica e planimetrica, corrisponde e penetra nell’interno. Nessuno dei locali presenta porte fuori asse o finestre eccentriche; armadi a muro dello stesso 170 tipo delle porte, un tavolo, una poltrona e due sedie; la stessa cura e semplicità nei servizi. Due scaloni perfettamente uguali e simmetrici rispetto al centro del fabbricato, danno su un atrio comune, all’altezza di ciascun piano. Dagli atrii agli uffici, attraverso la chiarissima traccia dei corridoi, i passaggi sono resi anche più facili da indicazioni sul sindacato, sul dirigente, sull’impiegato. I locali sono oltre 200, con una cubatura complessiva di circa 40 mila metri cubi, distribuiti dal sotterraneo al terzo piano. Di essi la maggior parte è occupata dagli uffici dei Sindacati dell’Unione (primo, secondo e terzo piano). Questi sono di tre tipi, differenziati solo nel numero delle finestre per le sale di riunione dei singoli sindacati: tre finestre per l’ufficio del segretario dell’Unione e per quelli dei dirigenti; una finestra per gli uffici comuni. Per il resto eguale finitura delle pareti, dei pavimenti, dell’arredo. Il pianterreno, nelle due ali laterali, è occupato dalle mutue con ingressi dal piano della piazzetta; tanto per questo, come per l’ufficio di collocamento, che occupa invece l’ala di fondo del palazzo, ed ha ingressi uno da via Dandolo e l’altro dalla nuova via Lepanto, la disposizione e l’ordinamento dell’ufficio risponde alla qualità del lavoro che si svolge. Il palazzo possiede molti altri saloni: il salone delle riunioni plenarie – che corrisponde nei suoi limiti di contorno alla sovrastante piazzetta – ha rappresentato un notevole problema tecnico sia per l’ampiezza e gravità dei carichi gravanti sul soffitto (folla compatta nella piazza sovrastante) sia perché si è dovuto affondare il piano del salone a due metri circa al disotto della falda freatica. La spinta dal sotto in su dell’acqua (qualcosa come 1200 tonnellate) ha richiesto nel pavimento del salone una armatura maggiore che nel soffitto. In complesso un edificio veramente notevole, chiaro ed armonico, adatto allo scopo. Il compiacimento del Duce che ha definito il palazzo dei Sindacati di Milano, sobrio, moderno e possente, premia l’opera degli architetti” [M. PANICONI, Il nuovo Palazzo dei Sindacati dell’Industria a Milano. Arch. A. Bordoni – L. M. Caneva – A. Carminati, in Architettura, A. XII (1933), f. I, pp. 36-42].
Negli attici di coronamento delle ali laterali, due maestosi gruppi scultorei troneggiavano all’epoca dell’inaugurazione, raffiguranti allegoricamente La Marcia su Roma e La Carta del Lavoro: opere rispettivamente di Silvio Zaniboni (Padova 1896-Rovereto 1980) e Angelo Bertolazzi (Milano 1896-1963), su disegno di Mario Sironi (Sassari 1885-Milano 1961). Lo scultore Zaniboni e l’architetto Carminati erano collaboratori abituali: nel 1925 avevano partecipato in tandem al concorso per il Monumento ai Caduti di Milano.
L’edificio, inopinatamente, è stato profondamente alterato, sicché oggi appare alquanto anonimo. La torre centrale, in laterizio e cipollino, è stata deturpata da una sopraelevazione, che ne ha mutato la forma architettonica del coronamento, banalizzandola, mentre al posto dei gruppi scultorei, distrutti per damnatio memoriae, attualmente si trova l’emblema della CGIL. Ovviamente, non è rimasta traccia delle decorazioni interne, sempre per damnatio memoriae antifascista. Vorremmo trovare le parole per commentare in maniera adeguata questo scempio, ma sarebbero molto volgari.



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