Palazzo Venezia

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Il famoso palazzo sito nel centro di Roma non è certamente un esempio di “architettura fascista”, in quanto notoriamente di antica fondazione: tuttavia, non soltanto esso è divenuto una sorta di icona del Ventennio, ma i suoi interni hanno raggiunto l’assetto definitivo grazie ai restauri d’epoca fascista, necessari al mutamento di destinazione d’uso a nuova sede del Governo. Voluto dal cardinale veneziano Pietro Barbo – poi salito al soglio pontificio come Paolo II (1464-71) – il palazzo divenne in seguito sede di ambasciata della Repubblica di Venezia, donde il nome (spesso è citato come “Palazzo di Venezia”). Nel ‘700 venne aggiunto il famoso balcone (1715), durante il Ventennio ornato da due fasci littori ai lati del finestrone. Dopo il Trattato di Campoformio (1797) l’edificio fu sede della Legazione d’Austria fino al 1916, quando il Regno d’Italia ne reclamò il possesso. Nel 1916 (secondo alcune fonti nel 1922) era stata collocata una replica del Leone di San Marco (1916) sul fronte esterno, all’angolo con via del Plebiscito: dono della città di Venezia, fu scolpita da Urbano Nono (Venezia 1849 – Longarone, Venezia 1925). In tempo di guerra contro l’Impero Austro-Ungarico, tale rivendicazione ebbe carattere fortemente nazionalistico, e fu forse questo fatto, unitamente alla presenza della vasta piazza antistante (che si rivelerà utile in seguito per le famose “adunate oceaniche” immortalate nei filmati dell’Istituto LUCE), a far cadere la scelta di Benito Mussolini su questo palazzo. In precedenza, la sede del Capo del Governo era al Viminale, ma esso era troppo legato alla figura del vecchio ministro Giolitti che ne aveva ordinata la costruzione: con questo gesto, Mussolini intendeva dare un segnale di discontinuità rispetto alla “Italietta” giolittiana.

   I lavori di restauro (1924-36) furono condotti sotto la supervisione del Conte Giuseppe Volpi di Misurata (1877-1947) e degli storici dell’arte Corrado Ricci (Ravenna 1858 – Roma 1934) e Federico Hermanin (1868-1953), ma la parte operativa spettò all’architetto Armando Brasini (Roma 1879-1965) – già impegnato nel cantiere del Vittoriano e del Museo del Risorgimento annesso – coadiuvato dal Prof. Ing. Arch. Luigi Marangoni (Venezia 1872 – Mas di Vallada, Belluno 1950) e dal pittore Prof. Giovanni Costantini (Roma 1872-1947).

   Nel 1924 fu realizzata la Scala Nova dal Prof. Ing. Arch. Luigi Marangoni (Venezia 1872 – Mas di Vallada, Belluno 1950), in sostituzione di una cordonata (rampa) in laterizio del sec. XV. I capitelli figurati del nuovo scalone d’onore furono modellati dallo scultore Benedetto D’Amore (Palermo 1882 – Perugia 1960): esemplati su modelli quattrocenteschi, sono riconoscibili poiché ornati degli stemmi delle Città Irredente (Trieste, Gorizia, Udine, Fiume, Pola, Zara) tra fantasiosi motivi fitomorfi e zoomorfi. Il pittore Costantini ricompose e restaurò (1925-28) gli affreschi mantegneschi (Andrea Mantegna, 1488?) nella Sala del Mappamondo – dove il Duce aveva il suo ufficio – e della Sala di Ercole, e dipinse ex novo la decorazione (1924) della sala del Concistorio o delle Battaglie, quest’ultima su disegno di Brasini, che scandisce le pareti con un finto colonnato prospettico ricordando gli esempi di artisti rinascimentali come Baldassarre Peruzzi. Verisimilmente, si deve al Costantini anche il restauro (1922) degli affreschi bramanteschi della Sala Regia. Nell’appartamento Barbo i pavimenti (1925) spettano al ceramista romano Vittorio Saltelli (1887-1958): l’artista fu chiaramente ispirato da modelli rinascimentali, utilizzando mattonelle in cotto e maioliche policrome. Nella cosiddetta “sala del pappagallo” (anch’essa restaurata sotto la direzione del Brasini) si tennero le riunioni del Gran Consiglio del Fascismo, e fu qui che fu consumato il tradimento del 25 luglio 1943. Nel 1929 fu creata la Sala Altoviti, dove furono collocati gli affreschi vasariani (1553) provenienti dal Palazzo Altoviti (distrutto nel 1888).

   Il Palazzo Venezia costituisce la scenografia delle famose “adunate oceaniche”, unitamente con la piazza antistante e l’Altare della Patria sullo sfondo: non possiamo dilungarci sulle trasformazioni che anche il Vittoriano ha subito nel Ventennio, ma vogliamo ricordare che la sistemazione delle cosiddette “esedre arboree” (un’idea del Sen. Prof. Corrado Ricci) fu attuata dall’Arch. Raffaele De Vico (Penne, Pescara 1881 – Roma 1969), mentre le “basi per antenne porta-bandiere” – caratterizzate da aquile e fasci littori alternati a protomi di lupe capitoline con sigla SPQR – furono progettate nel Decennale (1932) dall’Arch. Angelo Di Castro (Roma 1901-89) coadiuvato dallo scultore Enrico Martini (Morolo, Frosinone 1898 – Roma 1973). 

Il testo è tratto dal libro “Palazzi di Roma” che troverete al seguente link Architettura del Ventennio. Palazzi di Roma : Bartolo, Simone de: Amazon.it: Libri


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