Il quartiere Dora fu progettato nel 1916 dall’Arch. Gino Coppedè (Firenze 1886 – Roma 1927), ma venne realizzato effettivamente dal 1924 al 1927, ossia fino alla morte dell’architetto, dal quale successivamente prenderà il nome del suo architetto.
Il progetto è voluto dalla “Società Anonima Cooperativa Edilizia Moderna” che nel 1916 acquista il terreno su cui sorge (31.000 mq) nelle vicinanze di piazza Trasimeno (oggi piazza Buenos Aires). È a questa data che va fatto risalire il piano generale del quartiere (la definizione di “quartiere” sarebbe impropria, viste le ridotte dimensioni, ma ne rimarca la concezione unitaria), mentre nel 1917 iniziano i lavori di costruzione dei fabbricati previsti (18 palazzine e 27 villini) che verranno ultimati solo qualche tempo dopo la dipartita del progettista (a causa della lunga interruzione dei lavori dovuta agli eventi bellici) sotto la direzione tecnica del cognato di questi, l’Arch. Paolo Emilio André (Firenze 1877-1939). Il grando arco che lega i due Palazzi degli Ambasciatori costituisce il monumentale accesso alla piazza, su cui prospettano, anche il Palazzo di Cabiria, il Palazzo del Ragno e il Villino delle Fate: la decorazione varia in maniera esuberante a composizione è retta da un disegno unitario, che ha per fulcro la Fontana delle Rane (1920-24) al centro del piazzale Mincio. Tale fontana è esemplare della modalità con cui Gino Coppedé rielabora gli stilemi rinascimentali, manieristi e barocchi. Tra i gruppi di figure, il basamento del plinto reggente il calice sommitale è scandito da 4 valve di conchiglie minori (meramente ornamentali) e da altrettante “api berniniane” che riecheggiano per l’appunto il motivo decorativo usato dal Bernini in varie opere commissionategli dai Barberini. Il motivo delle rane era già stato adoperato dal Coppedè nel Castello Mackenzie e per un’analoga opera nel laghetto artificiale della “Esposizione di Marina ed Igiene marinara” di Genova (1914), mentre le api rimandano alla berniniana Fontana delle Api (1644), dinanzi alla quale l’architetto realizzò successivamente il suo ultimo edificio, detto Palazzo Coppedè (1927), in Via Vittorio Veneto.
Il quartiere ha attratto molti registi per il suo innegabile fascino, specie negli anni ’70, quando, a cinquant’anni dalla costruzione, mostrava inequivocabilmente i segni del tempo (oggi i principali edifici appaiono ripuliti dalla patina del tempo che li anneriva, e la fontana di piazzale Mincio “biancheggia” nella piazza dopo i restauri del 2020). Si ricordino in particolari film gialli, polizieschi ed horror (Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo, 1970) nonché commedie all’italiana (Michele Massimo Tarantini, La poliziotta fa carriera, 1976).
In quanto allo stile, si è parlato spesso di “stile Coppedè”, visto che lo stile adoperato dall’architetto – e che trova la sua massima espressione proprio in questo “paese delle fate” – è una personalissima quanto ardita sintesi di Art Nouveau, Gotico, Rinascimento, Manierismo, Barocco, non senza l’influenza di stili orientali (specie motivi desunti dall’arte assiro-babilonese, presenti nel film Cabiria da cui trae l’appellativo uno dei palazzi del quartiere), per il quale la definizione comunemente accettata di “Eclettismo” appare quanto mai riduttiva. Sebbene esuli dai canoni della “architettura fascista”, il quartiere viene costruito nei primi anni ’20 e nel Palazzo degli Ambasciatori si insediano le famiglie di alti funzionari del Regime: sicché può considerarsi comunque “arte del ventennio”.







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