Non c’è Natale senza cinepanettone. E dopo quelli di Boldi e De Sica, tocca sorbirsi quelli ancor più indigesti di Checco Zalone. Roba da voltastomaco. Zalone è il beniamino dei progressisti, non certo a caso incensato dai media globalisti: i suoi film sono null’altro che l’epitome della mentalità progressista più becera.
Che cosa c’è di così irritante nei film di Zalone, più nauseante di un pandoro dietetico scaduto? I personaggi di Checco vogliono chiaramente emulare l’italiano medio di Alberto Sordi: italiano medio che è anche “meridionale medio”, sfruttando gli stereotipi duri a morire su noialtri meridionali. Tuttavia le gag ricordano la comicità più immediata, spesso “grezza” – nel senso di schietta e genuina, non triviale e “crassa” come quella della premiata ditta Boldi/De Sica – dei film anni ’80 che decretarono il successo di Lino Banfi: non per caso, suo “padrino artistico”, non soltanto per via della comune origine pugliese, che tiene a battesimo il giovane Checco in un simbolico “passaggio del testimone” cui allude, velatamente, il cameo di Lino in “Quo Vado” (nel ruolo dell’onorevole Binetto, che ha raccomandato Checco).
“Quo Vado” e “Tolo-Tolo” sono film emblematici dello “Zalone-pensiero”, se così possiamo definirlo. Nell’incipit di “Quo Vado”, Checco si trova al cospetto di una tribù di indigeni africani. Uno stereotipo apparentemente rischioso, che potrebbe dar adito ad accuse di “politicamente scorretto” come nel celeberrimo “black-face” di “Una poltrona per due” (in cui peraltro non solo il bianco Ackroyd, ma anche il nero Eddie Murphy, come spesso ha fatto nella sua carriera, si diverte a interpretare il ruolo del “povero negro”). Eppure, il risultato finale è politicamente correttissimo. Il mito del “buon selvaggio” di Rousseau, tanto caro alle sinistre nostrane, viene perfettamente incarnato dal capotribù: nessuno si domanda se questo capo sia stato eletto attraverso una libera consultazione democratica né tantomeno se i suoi progenitori fossero cannibali, ma, in quanto “capo negro”, è portatore di una superiore saggezza, poiché “incontaminato” dal pensiero suprematista (ariano?) occidentale.
Nel confronto bianco/nero, che costituisce nel contempo il prologo e la cornice narrativa dell’azione – come nei vecchi “Classici di Walt Disney”, e in effetti questa trovata alquanto puerile pare presa dalle pagine di “Topolino” – il nero vince facile, perché la partita è truccata. Checco italiano / europeo / occidentale / bianco è “a priori” egoista e meschino, mentre gli africani sono “puri” e incontaminati: vittime dell’arroganza dei bianchi, cialtroni e truffatori, come nella costruzione narrativa – ideologicamente più esplicita, da questo punto di vista – del successivo “Tolo-Tolo” (che il furbastro Zalone presentò al pubblico con un trailer deliberatamente ambiguo, per fomentare polemiche ed incrementare la curiosità del pubblico).
Nella seconda parte, assistiamo al ravvedimento di Checco: naturalmente, per amore. Rimarrà sempre un mistero come mai, alla Pieraccioni maniera, queste belle donne si innamorino del protagonista stupido e insignificante, ma tant’è. Il punto però non è l’innamoramento in sé, semplice espediente narrativo da commedia di serie B, perché il fulcro ideologico è nel raffronto tra “meridionale” e “settentrionale”: non in riferimento al nostro Paese, beninteso – perché il nordista nostrano viene rappresentato come un leghista razzista e ottuso – ma all’Europa. Il Checco “bianco medio”, dapprima rappresentato come “inferiore” rispetto al “negro” diventa “italiano medio”, cioè “meridionale” rispetto al Nord Europa, anch’esso più “civile”. Il sottotesto è evidente: i popoli del Nord Europa sono più civili di noi, più educati, più accoglienti, più politicamente corretti: noi siamo razzisti, incivili, “fascisti” come Checco. Ma possiamo ancora salvarci, se rinunciamo al “posto fisso” ovvero al “privilegio bianco” e abbracciamo il nostro prossimo (di colore). Una duplice inferiorità, insomma, che può essere riscattata soltanto attraverso l’abiura del proprio passato.
In “Tolo-Tolo” la critica del bianco e l’apologia del nero, attraverso la beatificazione dell’immigrato, giunge al parossismo nello stucchevole finale: un finale a base di bambini, ovviamente, più stomachevole e dolciastro di un bidone di melassa. Il protagonista si domanda retoricamente perché le cicogne che consegnano i bambini non li portino direttamente in Europa, anziché in Africa, perché tutti devono godere dei benefici del progresso economico globalista, senza distinzioni. Siamo oltre la retorica buonista, Zalone oltrepassa il senso del ridicolo ma il battage pubblicitario attorno al suo presunto “razzismo” ha raggiunto il suo scopo: portare soldi nelle tasche del furbo Zalone, che si fa bello con un buonismo d’accatto raccogliendo unanimi consensi di critica. A questo punto, di permettiamo di suggerire a Zalone alias Luca Medici l’idea per il suo prossimo film: visto che di capelli in testa non ne ha, può interpretare facilmente un “naziskin” che si converte all’antifascismo. Ma sarebbe un messaggio troppo esplicito, non all’altezza delle sue furbesche trovate. Vedremo quali altre macchiette ci propinerà in futuro, osannato dalla critica prezzolata dal partito democratico.

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