Spread the love

   Julius Evola (Roma 1898-1974) fu un “filosofo maledetto”. Anzi, per molti critici non fu nemmeno quello, perché non ritenevano “filosofia” il suo pensiero. Cosa che non lo turbava affatto, perché non ci teneva affatto ad esser considerato tale. Egli fu, nel bene e nel male, il riferimento filosofico di una certa destra italiana, tradizionalista e paganeggiante. Tuttavia, non ci interessa in questa sede dirimere questioni che esulano dal nostro modesto scopo. Qui vogliamo soltanto accennare, brevemente, alla sua attività pittorica: attività che, al di là delle opinioni della critica, lo rende senza tema di smentita il primo pittore astrattista italiano. Tale produzione artistica verrà in seguito sminuito dallo stesso Julius Evola, quasi si vergognasse di un “peccato di gioventù”, per poi essere censurata dalla critica antifascista, sicché solo in tempi recenti è stato rivalutata la produzione pittorica evoliana (l’ultima importante mostra nel 2022 “Julius Evola. Lo Spirituale nell’Arte” al MART di Rovereto, 55 opere esposte: da un’idea di Vittorio Sgarbi, curatela di Beatrice Avanzi e Giorgio Calcara).

   Il cursus honorum artistico di Julius Evola è di tutto rispetto, in quanto egli può vantare la partecipazione alla famosa collettiva futurista “Grande Esposizione Nazionale Futurista” di Palazzo Cova a Milano (1919): se consideriamo il fatto che, proprio nello stesso anno, si era appena avvicinato al movimento futurista, il suo talento si rivela precocemente. Negli anni seguenti si susseguono partecipazioni ad importanti mostre: una personale alla Casa d’Arte Bragaglia a Roma (1920) ed una alla galleria “Der Sturm” di Erwart Walden a Berlino (1921); una collettiva alla Casa d’Arte Bragaglia a Roma (1921); l’Esposizione Internazionale d’Arte Moderna a Ginevra (1921); il Salon Dada a Parigi (1921).

   In tali occasioni, Evola espone al fianco di “mostri sacri” – che difatti partorirono vere e proprie mostruosità – dell’arte moderna quali Paul Klee (1879-1940), Fernand Léger (1881-1955), Franz Marc (1880-1916), e, ovviamente, Vasilij Kandinskij (1866-1944): quest’ultimo fu il fondatore dell’astrattismo pittorico col suo trattato Lo Spirituale nell’Arte (1912). Tale libello ha un titolo tanto pretenzioso quanto fuorviante: non vi è alcunché di “spirituale” nella sua disamina, ma soltanto una teoria dei colori (l’ispirazione gli venne da quella di Goethe) improntata su di un rozzo psicologismo (rosso=energia, vitalità; blu=tristezza; etc.).

   La produzione pittorica evoliana (1915-21) può essere suddivisa in due periodi (è lo stesso Autore a fornirne tale classificazione): 1. Idealismo sensoriale (1915-18); Astrattismo mistico (1918-21).

   Dipinti come Fucina. Studio di rumori (1917-18) e Feste (1918) sono pertinenti al primo periodo della produzione evoliana. Si tratta di prove pittoriche senz’altro brillanti, apparentabili al Futurismo sia per tematiche (fabbriche, rumori, feste: tutte situazioni “moderne” tipiche dei quadri futuristi) che per dinamismo compositivo e brillanti cromie: furono certamente tali prove del suo “primo periodo” a guadagnargli la stima dei futuristi, in primis di Giacomo Balla (Torino 1871-Roma 1958), del quale frequentò lo studio; fu proprio Balla, infatti, ad introdurre il giovane Evola nei circoli futuristi romani.

   Non è chiaro se Balla sia stato effettivamente il “maestro” del giovane Evola, ma, se qualche insegnamento vi fu, dev’essere stato pertinente ai meri aspetti tecnici dell’esecuzione pittorica: basti osservare i dipinti di Balla e quelli di Evola, infatti, per rendersi conto che, a parte qualche superficiale affinità, non è ravvisabile alcuna evidente “influenza artistica”, quale comunemente s’intende tipica del Maestro nei confronti dell’allievo. Il titolo di alcuni dipinti di Evola è, in maniera oltremodo significativa, Paesaggio interiore, e si tratta di paesaggi improntati a staticità: Balla, al contrario, si concentra sullo studio del movimento, in maniera tipicamente futurista. Un qualche riflesso degli studi di Balla sul movimento si può cogliere soltanto in Sequenza dinamica. Etere (1917-18), ma si tratta, per l’appunto, di un’analogia affatto superficiale: Evola non ha mai avuto il minimo interesse per gli studi sul movimento, ed è sintomatico che tale “sequenza dinamica” riguardi un elemento volatile come l’etere (forse in analogia con l’idea di Spirito?). Si è molto scritto del legame di Evola con i futuristi, e del rapporto di conoscenza diretta con Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d’Egitto 1876-Bellagio 1944), che del movimento fu il fondatore nel 1909. Tuttavia, nulla dei principi della pittura futurista ritroviamo nella pittura evoliana: anzitutto, il futurismo pittorico è legato alla figurazione: le figure dinamiche di Umberto Boccioni (le celeberrime tele Rissa in galleria e La città che sale) sono per l’appunto riconoscibili come tali, ciò che interessa un Boccioni o un Balla è la raffigurazione del movimento, ed è pleonastico osservare che, acché vi sia movimento, dev’esservi qualcosa che si muove, sia esso un essere umano (G. Balla, Bambina che corre sul balcone), un animale (G. Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio) o una macchina (si pensi agli aeroplani, macchine moderne per eccellenza, raffigurati dai cosiddetti “aeropittori” del Secondo Futurismo), o, in ultima istanza, un qualche fenomeno del mondo fisico (la scarica elettrica indotta da una dinamo o da un fulmine). Il Futurismo è pertanto – sia teoricamente che praticamente – molto diverso dall’astrattismo, e non va confuso con esso: tuttavia, nel periodo convulso delle “avanguardie” gli artisti non conformi al mercato borghese, ancora legato agli artisti accademici – prima che la situazione fosse totalmente ribaltata nel dopoguerra, a causa della prevaricazione della critica marxista – erano soliti riunirsi in sodalizi artistici improntati ad una visione dell’arte genericamente “moderna” in opposizione agli accademismi. Evola ruppe ben presto col futurismo, non avendo questo alcuna consonanza con le sue idee: Marinetti, peraltro, ebbe a dire che le idee di Evola erano distanti dalle sue “quanto quelle di un esquimese” (!), e aveva visto giusto. Il Futurismo fu l’espressione di quella che il filosofo romano definì “demonia dell’attimo”, cioè ossessione per la materia concepita quale unico orizzonte fenomenico in un mondo che ha definitivamente abbandonato il Sacro.

   È interessante peraltro, da ultimo, ricordare la querelle tra Evola e Gino Galli (Roma 1893-Firenze 1944), un pittore alquanto equivoco, che tuttavia muove all’astrattismo obiezioni sensate: imperizia tecnica, da un lato, materialismo comunista, dall’altro. Galli fu assistente di Balla, amico di Bottai, ma anche antifascista ed omosessuale (recentemente riscoperto, per via di un quadro che raffigura un giovane colto nell’atto masturbatorio, cosa che manda in visibilio i critici “colti” nonché i semi-colti): figura ambigua e tormentata sia sul piano personale che artistico, visto che attraversa quasi tutte le correnti artistiche dell’epoca, dal divisionismo al futurismo, per approdare al realismo magico ed al surrealismo. Evola naturalmente risponde da par suo, ma il suo è ragionar da filosofo: è innegabile che la gran parte dei pittori che si danno all’astrattismo non sono dei novelli Raffaello Sanzio, ed è altrettanto innegabile che in Russia l’avanguardia (il cosiddetto “futurismo russo”, così come l’astrattismo, e, in architettura, il costruttivismo) coincide con l’affermazione del bolscevismo, e verrà fermata soltanto nella successiva epoca stalinista. Adolf Hitler non aveva torto quando parlava di “bolscevismo artistico” dell’arte degenerata, cioè “d’avanguardia”.

Questo articolo è tratto da: Misteri e curiosità della Storia dell’Arte: Da Leonardo a Van Gogh. Le Storie nascoste dietro i Capolavori. (Sguardi sull’Arte) eBook : de Bartolo, Simone: Amazon.it: Kindle Store


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *